Moavero Milanesi non gioca di squadra. M5S e Lega contro il ministro. Rapporti scarsi con il Parlamento e i sottosegretari. I gialloverdi all’attacco del capo della diplomazia

di Caris Vanghetti
Politica

La sparizione della figlia dell’ex ambasciatore della Corea del Nord a Roma rischia di essere la goccia che fa traboccare il vaso di Lega e Movimento 5 Stelle nei confronti del Ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Il rapporto dei due partiti che sostengono il Governo di Giuseppe Conte con il ministro Moavero non è mai stato idilliaco, ma Lega e Movimento 5 Stelle hanno sempre celato il loro disappunto nei confronti di quel ministro così vicino al Quirinale. Un uomo atterrato alla guida della diplomazia italiana in forza dei suoi consolidati rapporti internazionali, per cercare di evitare sbandate clamorose rispetto alla linea tenuta dalla politica estera italiana a partire dalla fine della secondo guerra mondiale.

Così è maturata la scelta di Moavero al ministero degli Esteri, ma il capo della diplomazia non è riuscito, o, secondo autorevoli esponenti politici di maggioranza, non ha mai avuto interesse a costruire rapporti con gli azionisti di maggioranza del Governo Conte. Le stesse fonti, spiegano a La Notizia, come Moavero sia una persona molto gentile che risponde al telefono e incontra quanti gli chiedono un confronto personale, ma più in là non si spinge. Con due dei suoi sottosegretari, il Leghista Guglielmo Picchi e il pentastellato Manlio Di Stefano i rapporti sarebbero piuttosto complicati da diversi mesi. Stesso discorso con la sua collega della Difesa, Elisabetta Trenta, con la quale le cose non andrebbero meglio, basti pensare alla recente diatriba sul ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, annunciato dalla ministra pentastellata e accolto da Moavero con queste parole: “Lo apprendo adesso che lo avrebbe detto oggi. Non ne ha certo parlato con me”.

E in Parlamento le cose non sarebbero diverse, nonostante il fatto che il ministro sia stato audito dalle Commissioni Esteri di Camera e Senato. Incontri che però non sarebbero stati giudicati esaustivi, visto che si sarebbe trattato di poco più di una rassegna stampa commentata dal ministro, ben lungi da una reale informativa approfondita sulla politica estera dell’Italia in Libia. Almeno uno dei due presidenti delle Commissioni Esteri di Camera e Senato, rispettivamente Marta Grande e Vito Petrocelli, avrebbe sollecitato più volte, sia per iscritto che con telefonate, il Ministro degli Esteri a riferire approfonditamente in Commissione su quanto sta avvenendo in Libia, Siria e Turchia, e su cosa sta facendo l’Italia.

Paesi in cui la situazione è esplosiva e dove l’Italia ha interessi diretti per miliardi di euro (basti pensare all’Eni in Libia), per cui la cautela è d’obbligo ed è condivisa dagli stessi parlamentari che vogliono notizie dal capo della nostra diplomazia. Ma una cosa è la riservatezza, altra è la mancanza di informazioni al Parlamento. Senza contare che i regolamenti parlamentari prevedono anche regimi di riservatezza particolari quando è necessario. Ora, se non sarà chiarito il ruolo della Farnesina nella sparizione della figlia dell’ex ambasciatore della Corea del Norda a Roma, la situazione potrebbe precipitare.