Neanche pompando il deficit si potranno abbassare le tasse per 35 miliardi. Così le promesse fiscali di Renzi vacillano

di Stefano Sansonetti

La montagna è ancora troppo alta per mettere il Governo nella condizione di scalarla con “l’attrezzatura” di cui al momento dispone. Basta fare un paio di calcoli per rendere bene l’idea. L’Esecutivo guidato da Matteo Renzi ha promesso un taglio delle tasse da 35 miliardi di euro in tre anni. Naturalmente, vista l’entità delle risorse, il problema sta nelle coperture. Ebbene, l’ultima novità in ordine di tempo è che il presidente del consiglio punterebbe a recuperare 17 miliardi di euro da un utilizzo più flessibile del rapporto tra deficit e Pil (Prodotto interno lordo). Ora, 17 miliardi di euro corrispondono più o meno a un punto percentuale dello stesso Pil. E qui ci sono due nodi che più aggrovigliati non potrebbero essere. Il primo: è ancora tutta da verificare l’eventualità che Bruxelles possa concedere un margine di flessibilità così elevato. Sì, perché finora si è parlato di qualche decimale di punto del Prodotto interno lordo (uno 0,1% del Pil, tanto per intenderci, vale 1,6 miliardi).

I NODI
Insomma, sulla questione la trattativa con l’Europa è ancora ampiamente in corso e verte su un livello di intervento sensibilmente inferiore a quello ipotizzato di recente da Renzi. Punto numero due: se anche l’Europa ci consentisse un margine di flessibilità che vale 17 miliardi di euro, per coprire l’intero taglio delle tasse promesso dal Governo ne servirebbero altri 18, più della metà. E qui sono dolori, se solo si considera che quest’ultima cifra dovrebbe grosso modo essere garantita da una spending review tanto sbandierata quanto arida di apprezzabili risultati, almeno per adesso. Le cifre circolate finora parlano di una revisione della spesa, affidata alle cure del commissario Yoram Gutgeld e al Tesoro di Pier Carlo Padoan, che nel 2016 dovrebbe fruttare 10 miliardi di euro. Ma come sia possibile giungere a un tale risultato resta un mistero, soprattutto per i tempi necessari alla concretizzazione delle singole misure. Si prenda l’ormai sin troppo famoso taglio delle società partecipate dagli enti locali, che dovrebbero passare da 8 mila a non più di mille. A parte il fatto che l’ex commissario alla spesa, Carlo Cottarelli, aveva stimato risparmi tra i 2 e i 3 miliardi, a nessuno può sfuggire il fatto che una riduzione del genere necessita di un arco temporale fatto di anni. Stessa considerazione per l’altro cavallo di battaglia governativo, ovvero la riduzione delle centrali appaltanti dalle attuali 32 milia a una trentina. In questo frangente, se possibile, la percorso è ancora più lungo e difficile.

IL CONTO
Alla fine si punterà a ricavare i soliti 3 o 4 miliardi dai ministeri, attraverso i tanto vituperati tagli lineari. E così qualcosa si racimolerà per coprire la misura più a effetto, ovvero il taglio della Tasi e di quel che resta dell’Imu sulla prima casa, per il quale servono non più di 5 miliardi. Ma i dolori veri arriveranno quando andranno onorate le altre promesse: la riduzione del combinato disposto di Ires ed Irap nel 2017 e la rimodulazione degli scaglioni Ire nel 2018. Un conto da 30 miliardi che, al di là degli annunci scintillanti, non si ha ancora idea di come sarà pagato.

Twitter: @SSansonetti

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