Non bastano 5 miliardi di utili. Fca delude e il futuro non è sereno. Per l’Ad Manley il bilancio 2018 è straordinario. Ma il titolo crolla trascinando la galassia Fiat

di Sergio Patti
Economia

Si può chiudere un bilancio con 5 miliardi di utile e veder crollare il valore delle azioni sul mercato? A Fca, sigla che ancora tanti non sanno essere il nuovo nome della Fiat, ieri è capitato proprio questo. A fronte di numeri robusti per quanto riguarda l’ultimo esercizio, il titolo ha vissuto a Piazza Affari una giornata da dimenticare, chiudendo la seduta in calo del 12,2%, dopo essere stato lungamente sospeso per eccesso di ribasso, e trascinando in basso l’intero listino principale di Milano (sceso del 2,59%). A spaventare ovviamente non è tanto il passato, con risultati comunque sotto i target del piano industriale, quanto le proiezioni sul futuro, dove le vendite di automobili sono date in forte contrazione. Per quanto riguarda i conti del 2018, in particolare, è l’ebit (il margine) di 6,7 miliardi a deludere gli investitori, che si attendevano un miliardo di utili in più.

A niente sono valse le rassicurazioni date agli analisti dall’amministratore delegato del gruppo, Michael Manley, nulla a che vedere con il carisma di Sergio Marchionne, che ha parlato di anno eccezionale e di risultati record, spiegando che l’utile adjusted di 5,047 miliardi di euro è in crescita del 34% rispetto al 2017, mentre l’utile netto di 3,6 miliardi vale un rotondo +3%. Anche i ricavi netti sono cresciuti (+4%) arrivando a 115,4 miliardi, le consegne complessive di vetture sono state di oltre 4,8 milioni di unità (+2%). Il gruppo automobilistico ha inoltre una invidiabile liquidità netta industriale, pari a 1,9 miliardi di euro, in miglioramento rispetto all’indebitamento netto industriale di 2,4 miliardi a fine 2017.

Una volta messa tutta questa legna in cascina, per quanto in misura inferiore alle previsioni, che futuro si deve aspettare il gruppo italo-americano? Qui la risposta non è esaltante, tanto che negli ambienti finanziari continua a rincorrersi la voce non confermata di uno scorporo con la possibile vendita del ramo di azienda ex Fiat all’asiatica Hyundai. Un’ipotesi che sembrava molto avanzata prima della scomparsa dell’ex amministratore delegato, anche se lasciava molti interrogativi sul destino degli stabilimenti italiani. Proprio in Italia peraltro resta aperto un contenzioso con il Governo, accusato dalla dirigenza Fca di compromettere il mercato interno con la nuova tassazione sulle vetture più inquinanati. Una decisione che l’ex Fiat ha preso al volo per giustificare lo stop agli investimenti previsti con il progetto Fabbrica Italia, mettendo di nuovo in discussione il futuro degli impianti nel nostro Paese.

Alla luce dei dati forniti ieri, la pressione sul Governo assume però una luce diversa e sembra più un alibi per giustificare il dietrofront rispetto alle promesse fatte anche con i sindacati. Nel frattempo, tornando al disastro di ieri in Borsa, il dato deludente della holding ha pesato non poco sulle principali collegate quotate a Milano, a partire dalla capogruppo Exor (4,73%) e Ferrari (-2,55%), mentre Cnh Industrial ha chiuso in controtendenza (+1,21%).