Oggi la Cgil incorona Landini. Pare il cambiamento ma non lo è. Il nuovo segretario passa solo grazie alla Camusso

di Gaetano Pedullà
Editoriale

La guerra dei due mondi tra l’anima conservatrice e quella riformista della Cgil è finita come i migliori congressi della Democrazia cristiana: una poltrona a te e una a me. Maurizio Landini, sostenuto dalla segretaria uscente Susanna Camusso, farà il nuovo numero uno e lo sfidante Vincenzo Colla il suo vice. Così – si dirà – si è scongiurata una micidiale spaccatura del sindacato, ma in realtà si sono gettate le premesse per un’ulteriore marginalità di quella che è stata la più influente organizzazione dei lavoratori del nostro Paese.

Prima di proseguire e spiegare perché oggi a Bari si aprirà una nuova pagina nera della confederazione, è doverosa una premessa. Landini, che si presentava come il candidato più capace sotto l’aspetto mediatico e riformista, vince la sua partita grazie all’appoggio della sua ex peggiore nemica, quella Camusso con la quale si arrivò a uno scontro senza precedenti prima che sbocciasse improvvisamente l’amore, nei dintorni dell’ultimo congresso di Rimini. In quella sede la segretaria generale fu contestata su tutta la linea, compresa la poca trasparenza nelle spese del sindacato. Questo argomento, oggetto di numerosi articoli giornalistici, già nel 2013 era stato ampiamente affrontato da La Notizia, con il risultato di vederci chiamati in tribunale a rispondere di una fantomatica diffamazione. Ovviamente il giornale che state leggendo vinse in giudizio, salvando la pelle e tutti i posti di lavoro, visto che la Camusso avanzava la pretesa di un grosso risarcimento.

Uno strano modo di tutelare l’occupazione e prima ancora la libertà di stampa, soprattutto visto che le informazioni rese dalla Notizia erano assolutamente vere, come ha accertato il giudice nella relativa sentenza. Ricordate queste circostanze torniamo al congresso che si chiude domani, sottolineando se mai ce ne fosse bisogno che questo giornale ha sempre considerato prezioso il ruolo delle organizzazioni sindacali, alle quali vanno iscritti alcuni demeriti ma contestualmente tantissimi meriti, a cominciare dallo scudo umano in cui si trasformarono negli anni di piombo per difendere lo Stato dalla follia criminale del terrorismo.

A Rimini dunque la Camusso si rese conto plasticamente che al giro successivo non avrebbe più contato nulla, a meno di accordarsi con il suo avversario più agguerrito, già allora in corsa per la segreteria. Il patto di ferro che ne seguì porterà oggi Landini sulla poltrona più importante della storica sede di Corso d’Italia, ma al prezzo di garantire l’ancien regime e pertanto di dare una sterzata più virtuale che reale a un sindacato bisognoso invece di una fortissima dose di novità. La crisi d’altra parte non è solo colpa della Camusso, al netto di atteggiamenti profondamente discutibili come la piccola questione personale con La Notizia non a caso appena citata.

La disintermediazione della rappresentanza, la perdita d’identità della Sinistra italiana, il cambiamento stesso del mercato del lavoro, sono processi che non dipendono certo dalla Cgil, per quanto la confederazione non abbia saputo prevenire e fornire le risposte necessarie. Ma proprio perché questo è lo scenario, l’unica strada possibile per uscire dall’angolo era un cambiamento radicale dai metodi e dalle facce del passato. Metodi e facce che invece restano sempre le stesse, per quanto con un rimescolamento di poltrone. Di qui l’incredibile paradosso di un candidato veterocigiellino come Colla, appoggiato persino dai pensionati, quale possibile segnale di discontinuità con chi ha governato il sindacato rosso negli ultimi otto anni, raccogliendo il testimone da chi c’era prima e prima ancora, fino alla notte dei tempi.

Una speranza cresciuta nei molti mesi di avvicinamento al congresso che invece alla fine si chiude con il più tradizionale dei patti della crostata. E se il buon giorno si vede dal mattino, c’è poco da scommettere sul successo della nuova segreteria nel restituire se non centralità almeno maggiore dignità a un’organizzazione di indiscutibile valore e potenzialità nel far crescere i diritti dei lavoratori e del Paese. Diritti che sia bene inteso non possono essere confliggenti, come invece la gran parte del Pd continua a sostenere, contestando il Reddito di cittadinanza imposto dai Cinque Stelle per formare e accompagnare verso un impiego chi è rimasto fuori dal comparto produttivo. Un corto circuito che diventerebbe ancora più esplosivo se dovessimo vedere proprio la Camusso candidata dem alle prossime europee, come da tante parti si scommette.