Otto marzo, c’è poco da festeggiare. Tra partiti e grandi aziende la parità dei sessi è ancora un miraggio

di Giorgio Velardi
Primo piano

Trenta per cento. È questa la quota di donne in alcuni dei luoghi che contano della politica (non solo quella italiana) e dell’economia. Certo, si tratta di numeri in crescita rispetto al passato, come ha rivelato l’ultimo dossier di Openpolis dal titolo “Trova l’intrusa”. Ma se dal mero dato quantitativo, chiarisce l’associazione, si passa all’aspetto qualitativo le cose cambiano parecchio. Così, analizzando le varie situazioni, si scopre per esempio che se da un lato è vero che alle ultime amministrative due donne, Virginia Raggi e Chiara Appendino (entrambe del Movimento 5 Stelle), sono state elette sindache di importanti città come Roma e Torino, dall’altro nei 106 capoluoghi di provincia le prime cittadine sono appena 9, l’8,4%. La parità, nonostante slogan e buoni propositi, resta dunque un miraggio. Prendiamo il Parlamento. La legislatura in corso è quella che ha visto la maggior presenza femminile di sempre. Alla Camera le deputate sono il 31,30% del totale degli eletti, ma quelle che occupano poltrone “di peso” sono il 19,23%. Al Senato le cose viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda. La presenza di quote rosa fra gli scranni scende infatti al 29,6% mentre aumenta il numero di quelle che ricoprono incarichi importanti: 25,58%. Un po’ poco, obiettivamente, rispetto a quelli appannaggio dei colleghi maschi.

Indietro tutta – Che dire poi del Governo? Se tre anni fa quello guidato da Matteo Renzi faceva registrare una percentuale femminile del 26,23% (16 su 61 tra ministri, viceministri e sottosegretari), Paolo Gentiloni è partito senza scelte eclatanti in fatto di parità, con il 27,78% di ministre: 5 su 18 di cui due senza portafoglio. Questo vuol dire che nel Consiglio dei ministri il 40% dei ministri senza portafoglio è donna; le viceministre sono il 14,29% del totale mentre tra i sottosegretari il 31,43% è donna. La musica non cambia nemmeno nelle giunte e nei consigli regionali, fa notare ancora Openpolis. Le governatrici sono appena 2, Debora Serracchiani (Friuli-Venezia, Pd) e Catiuscia Marini (Umbria, Pd), e le donne restano lontane dalla gestione dei capitoli più importanti. Le assessore sono infatti molto più rare nelle tre materie che compongono la quasi totalità dei budget regionali: bilancio (dove sono appena il 15%), urbanistica, infrastrutture e trasporti (24%) e sanità (25%).

Fuorigioco – Ma non c’è solo la politica. Un capitolo a parte meritano infatti anche le grandi aziende e i loro consigli di amministrazione (Cda). Lo scorso anno, ha calcolato l’associazione, le donne sono arrivate ad occupare 687 poltrone in Cda e organi di controllo. Un record se, come detto precedentemente, si guarda esclusivamente al dato numerico. Scavando si scopre però che in queste realtà le donne hanno per lo più incarichi non esecutivi: nel 68,56% dei casi si tratta di amministratrici indipendenti, quindi di figure non legate ai dirigenti esecutivi o agli azionisti, chiamate a vigilare nel solo interesse della società. Man mano che si sale al vertice, per di più, queste diminuiscono: solo il 3% è presidente o presidente onorario e solo il 2,47% amministratrice delegata. Si tratta di un problema che non riguarda solo l’Italia, sia chiaro. Ecco perché, purtroppo, c’è ancora poco da festeggiare.

Tw: @GiorgioVelardi