Quel maledetto ‘92 di sangue. Paolo, una ferita ancora viva. Parla Ayala, ex magistrato del pool antimafia. Il 19 luglio a Palermo fu il giorno dell’Apocalisse

di Federico Gatta
L'intervista

Delle polemiche seguite alla sentenza del Borsellino quater, Giuseppe Ayala non parla. “Per rispetto di Paolo”.  Quanto all’esito del processo evoca quanto disse Giovanni Falcone dopo il fallito attentato all’Addaura nell’ ‘89. “Secondo lui era opera di menti raffinatissime capaci anche di orientare le scelte della mafia. E, se era giusta la sua diagnosi, perché gli attentati di Capaci e di via D’Amelio dovrebbero essere diversi?”.

Cosa ricorda di quel 19 luglio di 26 anni fa?
“Vorrei che quel giorno, così come il 23 maggio quando venne ammazzato Giovanni, non fossero mai esistiti. Sono ferite mai sanate, da allora non sono stato più lo stesso. A via D’Amelio sembrava ci fosse stata una guerra: mi ricordo le auto bruciate, una mi era sembrata quella della Procura. L’avevo avuta pure io una così, con l’antenna sul dietro. Mentre camminavo, tramortito da quello che vedevo intorno a me, inciampai in un moncone. Mi chinai per vedere meglio e i miei occhi si fermarono su questo naso aquilino e sui denti un po’ larghi. Subito dopo, questione di attimi, arrivò Guido Lo Forte e io gli dissi d’istinto: ‘ma è Paolo’. Neppure sapevo che lì abitava sua madre, a poche centinaia di metri da casa mia”.

Erano passate poche settimane dalla morte di Falcone…
“Vede, con Falcone ci frequentavamo di più. La sua morte fu devastante per me, ma quando lo vidi all’obitorio sembrava dormisse. Vedere il mio amico Paolo in quelle condizioni fu come assistere all’Apocalisse. Io non ho messo più piede a via D’Amelio dove quel giorno ero capitato per caso. Non ho mai augurato il male a nessuno: cose così non si augurano al peggior nemico. Neppure a Totò Riina, per intenderci”.

Cosa accadde a via D’Amelio?
“Un giornalista del Corriere della Sera, Felice Cavallaro ha ricostruito tutto con grande lucidità, anche la questione della borsa di Borsellino che consegnai ai carabinieri. Si avvicinò per dirmi di tornare a casa subito, perché a Palermo si era sparsa la notizia che l’attentato era stato fatto a me. E infatti mi precipitai lì dove due dei miei figli erano tornati di corsa sospettando che fossi morto. Furono momenti anche quelli molto drammatici”.

La sua vita cambiò drasticamente.
“Fui chiamato a Palazzo Chigi perché evidentemente c’era il sospetto che il terzo della lista potessi essere io, con qualche motivo. Iniziò un periodo della mia vita tremendo”.

Come ricorda di Borsellino?
“Di Paolo Borsellino ricordo che ci siamo voluti molto bene, anche se professionalmente ci eravamo separati nell’86 e ci vedevamo molto poco. Ma non ho mai dimenticato che volle esporsi in occasione della mia campagna elettorale per le politiche del 1992. Quella foto di Paolo e Giovanni insieme, che oggi è diventata un simbolo, è stata scattata durante un convegno a pochi giorni dalle elezioni. E a poche settimane dalla loro morte”.

Come fu quel giorno insieme?
“Fu un’idea di Falcone che allora già era al ministero della Giustizia. Organizzammo questo convegno su mafia e politica e la partecipazione di Borsellino non era scontata dal momento che era il numero due della Procura e eravano imminenti le elezioni. Insomma, poteva pure beccarsi un procedimento disciplinare. Ecco, Borsellino accettò immediatamente in uno slancio di generosità che la dice lunga delle sue qualità umane. Insieme vollero dare un segnale che condividevano la mia scelta di candidarmi, pur avendo, specie Paolo, idee politiche estremamente diverse dalle mie. Fu da parte sua un gesto di amicizia che nessuno potrà mai togliermi”.

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