Rottamata un’altra legge di Renzi. La Consulta accoglie il ricorso del procuratore di Bari e stronca la norma che obbligava la polizia giudiziaria a informare delle inchieste i superiori

di Fabrizio Colarieti
Cronaca
Matteo Renzi

Obbligare la polizia giudiziaria a riferire le notizie di reato per via gerarchica, anziché direttamente all’autorità giudiziaria, come prevede il codice di procedura penale, intacca le attribuzioni costituzionali dei pubblici ministeri. Dunque la norma varata nel 2016 dall’allora Governo Renzi è incostituzionale, come sostengono da tempo i magistrati. Ora lo ha sancito la Corte costituzionale accogliendo il ricorso, per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, avanzato dal procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, nei confronti del Governo.

Per comprendere come nacque quel decreto legislativo, prima ancora di raccontare la sua fine, è necessario fare un passo indietro. L’esecutivo Renzi lo varò, con l’obiettivo di “razionalizzare le funzioni di polizia”, nelle stesse settimane, era l’estate del 2016, in cui sulle pagine dei giornali comparivano le prime notizie (o, meglio, fughe di notizie) sul coinvolgimento del padre dell’allora premier Renzi e del suo fedelissimo ministro, Luca Lotti, nell’inchiesta Consip. Quale fu l’impatto della norma sulle indagini in corso sulla centrale acquisti della Pa lo hanno raccontato, dando forma al sospetto, i magistrati (prima di Napoli e poi di Roma) che per quelle fughe di notizie hanno recentemente notificato un avviso conclusione delle indagini, tra gli altri, allo stesso ex ministro Lotti (per favoreggiamento), all’ex comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette (per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento), e al generale dell’Arma, Emanuele Saltalamacchia (anche a lui per favoreggiamento).

La norma censurata dalla Consulta conteneva “istruzioni affinché i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato” trasmettessero “alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria”. Tradotto vuol dire che un investigatore, prima ancora di trasmettere la sua informativa al pm titolare dell’inchiesta, doveva rivelare il contenuto delle indagini, che ovviamente è coperto dal segreto, a soggetti esterni alla polizia giudiziaria e potenzialmente anche di nomina politica, come i vertici delle forze dell’ordine.

La Corte Costituzionale, pur riconoscendo che “le esigenze di coordinamento informativo poste a fondamento della disposizione impugnata sono meritevoli di tutela”, ha ritenuto che bypassare l’autorità giudiziaria, in una fase delle indagini così delicata, è lesivo delle attribuzioni che la Costituzione garantisce al pubblico ministero. Il procuratore di Bari Volpe, sollevando il conflitto dinanzi alla Consulta, ha sottolineato, infatti, che la norma era una “parziale abrogazione del segreto investigativo”. In particolare, nel ricorso, Volpe ha posto l’accento anche un possibile “eccesso di delega” in contrasto sia con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale sia con l’attribuzione costituzionale che pone la polizia giudiziaria alle dirette dipendenze dei pm.

Il procuratore Volpe, commentando il pronunciamento della Consulta, parla di una “sentenza storica”. “Notizie riservate potevano arrivare dove non dovevano con il rischio di compromissione delle indagini. Tutte le Procure – ha aggiunto -, che oggi si stanno complimentando con me, avevano storto il naso di fronte a quella legge ma solo io ho ritenuto che si dovesse sollevare un conflitto di attribuzione di poteri”. E un’altra legge del rottamatore Renzi è finita rottamata.

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