Sciopero flop nella Capitale. Per i sindacati una sonora lezione. Pochi disagi per lo stop delle aziende capitoline. Ma Raggi e Di Maio sbranano i confederali

di Gaetano Pedullà
Editoriale Roma

Chi ha attraversato ieri il centro di Roma è rimasto sbalordito. Doveva essere una giornata infernale per lo sciopero di tutte le aziende municipalizzate contro la Raggi e invece le strade erano pulite e si circolava benissimo, le principali linee della metropolitana erano aperte e sembravano girare persino più bus del solito. Solo di auto ce n’erano molte meno, visto che per l’effetto annuncio tanta gente si è presa un giorno di vacanza. Perciò ancora più sbalorditivo è stato leggere i comunicati trionfali dei sindacati, che nel pomeriggio vaneggiavano di uno sciopero perfettamente riuscito, esattamente come vaneggiano – d’altra parte – sul disastro provocato dall’amministrazione Cinque Stelle nelle aziende ereditate con bilanci fallimentari per non dire falsi.

Chi non era mai arrivato a uno sciopero generale nella Capitale quando dilagavano le parentopoli o si creavano le condizioni del dissesto adesso sparge parole di fuoco, tra l’indifferenza di molti lavoratori che infatti non si fidano più dei confederali, per non parlare di chi ha l’onestà intellettuale per comprendere il vero motivo della protesta. Dopo aver messo in concordato preventivo l’Atac, l’azienda dei trasporti che aveva raggiunto nel silenzio generale un debito paragonabile a quello dell’Alitalia, la Raggi sta mettendo in liquidazione un altro carrozzone comunale: Roma Metropolitane. Un’operazione che non lascerà a casa un solo lavoratore, trasferendo il personale regolarmente assunto in altre attività del Comune.

Ogni singola cosa che si smonta è però l’alibi dello scontro per un sindacato che da tradizionale forza progressista si è ridotto a fare da guardiano della conservazione. Così a chiacchiere Cgil, Cisl e Uil, con la ruota di scorta quando serve dell’Ugl, denunciano gli sprechi di denaro pubblico e si battono per ridurre e accorpare le società partecipate dagli enti locali, ma poi nella realtà difendono questi centri di costo, con i loro privilegi e le loro poltrone. E pazienza se queste attività bruciano denaro dei cittadini, spesso neppure si sa bene per fare che cosa.

Così quando finalmente appare all’orizzonte un cireneo disposto a mettersi in spalla la croce dei tagli necessari, ecco che sono proprio i confederali a scatenare l’inferno. O perlomeno a provarci. Il punto è che la storia del nostro Paese è piena di politici pronti ad abbassarsi i pantaloni, che pur di garantirsi la pace sociale hanno concesso ai sindacati qualunque beneficio, mettendo i costi in conto ai cittadini. Scelte distantissime da quelle dei Cinque Stelle, che non sono così fessi da non sapere quanti voti perdono ogni volta che affrontano i grandi problemi dello Stato o di una singola città.

Poteri forti, grandi giornali, avversari politici hanno vita facile nell’esaltare il malcontento che monta ogni qual volta si incida profondamente nei bubboni che ci stanno uccidendo, ingoiando montagne di risorse per cui siamo costretti a pagare tasse insopportabili. Ma se qualcuno si illude che Roma – come del resto l’Italia intera – possa risorgere buttando giù qualche aspirina, o è un illuso o è un ciarlatano, alla pari di certi venditori di pozioni magiche cucinate con le sacre acque del Po. Per rimettere questa nazione in marcia servono dunque azioni decise. E prima ancora il coraggio di imporle.

Alla Raggi, che ha sfidato a viso aperto dai Casamonica a CasaPound questa forza non manca, e anche ieri ha risposto a muso duro ai pochi sindacalisti che tengono in ostaggio tre milioni di cittadini romani. Cgil, Cisl e Uil, soddisfatti per aver portato poco più dei loro dirigenti e quadri a manifestare sotto il Campidoglio, hanno tirato fuori tutto il solito armamentario retorico, senza dire però solo una cosa: chi paga per mantenere una macchina che così com’è è evidente che costa molto più di quanto rende.

In questo inseguimento di accuse e dichiarazioni è arrivato un segnale forte anche da Luigi Di Maio, che non ha preso semplicemente le difese della Raggi, ma ha acceso un faro sulla crisi di rappresentanza del sindacato, costretto ormai da tempo a organizzare questi scioperi il venerdì, quando un maggior numero di persone è più disposto a protestare in cambio del weekend lungo. Affermazioni che per i confederali hanno avuto l’effetto del drappo rosso sventolato davanti a un toro, ma che inquadrano perfettamente un altro gigantesco problema, accanto a quello della crisi delle organizzazioni dei lavoratori: la fame disperata di tempo.

Se i salari diventati troppo bassi sono avvilenti, ciò di cui hanno persino più bisogno i fortunati possessori di un impiego è più tempo da dedicare al proprio benessere, con punte decisamente maggiori per le madri, costrette a prove di equilibrio da matti per dividersi tra i figli e l’ufficio. Di questi scenari ovviamente i sindacati non parlano, se non per difendere i grandi centri commerciali che non ne vogliono sentire di chiudere la domenica, altra battaglia – guarda caso – sempre e solo dei Cinque Stelle. Così oggi molti quotidiani racconteranno la storiella di Roma in rivolta contro la sindaca, quando invece la rivolta è quella del vecchio sistema, per tenersi stretti i suoi privilegi.

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