Sempre più suicidi tra i militari, ma parlarne resta un tabù. Per la psicologa Carlini “il disagio è forte in tutto il comparto della Difesa”

di Carmine Gazzanni
Cronaca

L’ultimo incredibile dramma è avvenuto giovedì alla stazione metro Barberini, nel centro di Roma: un militare dell’esercito in servizio di punto in bianco è andato in bagno. Ha chiuso la porta, impugnato la pistola in dotazione e se l’è puntata alla testa. Un colpo. Così è morto il caporalmaggiore di soli 29 anni, con una moglie e un figlio che attendevano il suo ritorno. L’ennesimo dramma che lascia attoniti. Secondo i dati dell’Osservatorio dei suicidi all’interno delle forze dell’ordine, dal 2010 al 2016 si contano 315 suicidi; 36 solo nel 2016. Eppure, al di là delle puntuali frasi di circostanza, resta incomprensibile la ratio di un tale gesto. “C’è una discrepanza abbastanza rilevante rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea – sottolinea a La Notizia la psicologa e criminologa, Margherita Carlini – E questo credo non sia dovuto al fatto che in Italia ci siano meno fenomeni, quanto al fatto che questa problematica ancora è un tabù”. Il punto, infatti, è che “di studi rispetto alla qualificazione e quantificazione del fenomeno, ce ne sono pochi”.

Aspettative infrante – Ma quali le ragioni che spingono militari e poliziotti a oltrepassare la soglia? “In realtà – precisa ancora la dottoressa Carlini – in questi casi si parla sempre di multifattorialità; certo è che spesso può essere determinante la sindrome post-traumatica da stress”. Ed è qui che entra in campo il tabù politico: “Prendiamo i nostri militari – spiega la psicologa – partono per partecipare a missioni di pace, questa è la versione ufficiale. Se si dicesse che questi militari tornano con un disturbo post-traumatico da stress, significherebbe dire che vanno in guerra. Da qui la tendenza a minimizzare”. Determinanti, dunque, sono le situazioni cui le nostre forze dell’ordine si trovano a contatto, situazione che logorano anche emotivamente. Come nel caso degli agenti di polizia penitenziaria, che spesso “fanno una vita simile a quella dei detenuti”. E qui, inevitabilmente, lo stress raggiunge picchi inverosimili, senza dimenticare che “parliamo di persone che hanno a che fare tutti i giorni con la violenza e col tema della morte”.

La soluzione – Ma non è tutto. Perché accanto allo stress c’è la sfera economica. Parliamo, d’altronde, della categoria più sottopagata della pubblica amministrazione: “La mancanza di stabilità economica crea sempre una condizione di crisi. Può andare a complicare un quadro magari già complesso o critico”, ragiona la Carlini. E allora? Quale la soluzione? Occorre un impegno concreto della politica, che stracci il velo di Maya oltrepassando il tabù, magari partendo da un osservatorio che sia “nazionale e riconosciuto”. “È necessario – continua la Carlini – studiare dettagliatamente il fenomeno. Alle persone vanno forniti sostegni validi, ma non solo quando si mostra il problema, ma in maniera costante dato che parliamo di persone costantemente a rischio, non solo fisico ma anche psicologico”. Occorre, dunque, un “piano di tutela che faccia prevenzione”.

Twitter: @CarmineGazzanni

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