Si accende il forno del Pd. Renzi pronto ad uscire dall’Aventino: se fallisce la Casellati, i dem rientrano in partita

Antonio Pitoni
Politica

Presto, per il Pd, arriverà il momento di entrare in partita. Già dalla settimana prossima quando, in caso di fallimento dell’esplorazione affidata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla seconda carica dello Stato, Elisabetta Casellati, il Colle potrebbe replicare lo schema puntando (probabilmente) sul grillino Roberto Fico. A quel punto, il Partito democratico uscirebbe dall’Aventino per andare a vedere le carte. E a farlo sarebbe – ed è questa la novità – il Pd unito. Una mossa che, del resto, sotto il pressing della minoranza dem e di numerosi esponenti vicini all’ex segretario, anche Matteo Renzi si sarebbe ormai convinto a fare. “Ma sempre a patto che dall’altra parte del tavolo ci sia totale condivisione sui tre punti indicati dal segretario Maurizio Martina come condizione per intavolare una discussione”, avverte un autorevole parlamentare renziano del Pd.

Luce verde – Sarebbe, d’altra parte, la logica conseguenza dello scongelamento avviato, martedì, dal reggente del Nazareno con l’enunciazione dei tre punti sui quali tentare una convergenza: reddito di inclusione, famiglia e lavoro. Un passo accolto positivamente (“iniziativa utile”) anche dai Cinque Stelle. E adesso l’incarico esplorativo affidato dal Colle alla Casellati potrebbe portare alla giusta temperatura il forno aperto da Luigi Di Maio con il Pd. “Con il mandato di verificare le condizioni per una possibile maggioranza di Governo tra Centrodestra e Cinque stelle, si pone fine alle ambiguità di questi 45 giorni – ha osservato, del resto, lo stesso Martina commentando ieri l’iniziativa di Mattarella -. Altro che aspettare le elezioni Regionali, ora è il momento della verità per chi dopo il 4 marzo ha pensato solo a tatticismi e personalismi”. Confermato, peraltro, il non possumus di Di Maio a Forza Italia e a Silvio Berlusconi, al termine dell’incontro con l’esploratrice del Quirinale, è arrivata la conferma della luce verde che rimette in gioco il Pd. Una conferma sulla quale un politico navigato come Piero Fassino è addirittura più esplicito di Martina. Se dovesse definitivamente saltare l’ipotesi di un accordo tra la Lega e il Movimento 5 Stelle, “si apre una nuova fase”, ha tagliato corto l’ex sindaco di Torino intervistato dall’agenzia Dire.

“E quando si apre una fase nuova si discute, non prefiguriamo formule che al momento non ci sono – ha aggiunto Fassino -. Da 40 giorni M5S e Centrodestra stanno cercando un accordo, sia nella versione con la coalizione che solo con la Lega. Fin qui non ci sono riusciti ma ora i tempi si stanno stringendo”. Ergo: “Noi da subito abbiamo detto una cosa di buonsenso ovvero che chi aveva avuto più voti avrebbe avuto il dovere di formare il Governo, altrimenti si sarebbe aperto un altro scenario”.

Tempi stretti – Un nuovo scenario, quello evocato da Fassino, che di fronte all’inamovibilità del leader della Lega, Matteo Salvini, sempre più deciso a tenere unito il Centrodestra, è lo stesso Di Maio, in un certo senso, ad accelerare. Ribadendo che il Movimento “è pronto a sottoscrivere il contratto con la Lega, non con tutto il centrodestra”, il capo politico dei Cinque Stelle, dopo aver lanciato l’ultimatum nei giorni scorsi, ieri ha fissato anche una scadenza: “Salvini deve fare una scelta, il tempo è poco, mi aspetto una risposta definitiva entro questa settimana”. E se la posizione della Lega non dovesse chiamare a quel punto il forno del Pd potrebbe davvero surriscaldarsi.

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