Siamo in balìa dei nuovi Narcisi. Maleducati, autoreferenziali e spesso estremisti. La psichiatra Gosio spiega gli “arrabbiati” 2.0

di Carmine Castoro
Cultura
Nicoletta Gosio

Gente che lesina anche la minima forma di saluto o di buona educazione su una chat privata come se l’on line rispondesse a criteri autonomi, o peggio, antitetici a quelli della vita reale; gente che non si pone minimamente il problema di gridare a un cellulare, di strombazzare col clacson, di scavalcare un altro utente a una fila, di parcheggiare sulle aree per invalidi, che non si lascia nemmeno sfiorare dal pensiero che il proprio cagnetto, lasciato per ore su un balcone, dia fastidio ai condomini. Sono i nuovi arrabbiati, i nuovi egotici, i nuovi Narcisi che si specchiano nell’eterna fontana di inerzie violente, barbare autoreferenzialità, tossici estremismi e cieco contrasto al vicino, perdendo la rara occasione di afferrare se stessi come toccò al giovinetto figlio della ninfa Liriope, in pratica annientandosi di una morte che sa, insieme, di suicidio morale e di colpo letale inferto a chi osa non molcire le nostre ferite.

Incastri linguistici e comportamentali che la psichiatra Nicoletta Gosio mette bene in evidenza in questo suo Nemici miei (Einaudi, pagg. 116, euro 12), testo di raffinata scrittura e di lucida disamina di quelle vergogne, ostilità, insolenze, distruzioni che minano la convivenza contemporanea, sempre più brachicardica nelle solidarietà e nelle empatie, sempre più assetata di auto-ascolto. Gosio scevera vari quadri-chiave della socialità: il cittadino come noi, l’estraneo che veste i panni dell’extracomunitario, il partner sentimentale, la dualità medico-paziente per spiegarci come abbiamo fondamentalmente necessità di liberarci (meglio, di esplorare e rischiarare) angosce primordiali, stati emotivi confusi, concavità che riportano alle “figure primarie” di accudimento, fantasmi di onnipotenza e dipendenza che ci si accartocciano dentro e che decidiamo di proiettare “fuori” di noi, su fonti investite di tutto l’odio possibile, come capri espiatori, totem del Negativo, cause di Male e di inesorabile vittimismo.

Un’ermeneutica molto ben ricostruita nella sua filigrana, ma troppo assoggettata, metodologicamente, a un freudismo tradizionale che fa prevalere l’“onere” personale, l’elemento retroattivo, biografico, introspettivo rispetto agli scenari più allargati di tipo culturale, sociale, economico. Risultano, non a caso, più veementi nella loro funzione ricognitiva i capitoli dedicati alla “maleducazione civile” e a come trattiamo lo straniero, mai come risorsa, sempre come intralcio e ombra dell’insensato. Qui si coglie un Io che non è solo auto-servaggio ma lacerazione politica di un mondo abilissimo nel tessere relazioni malate all’insegna di una epigenetica di benessere ed espropriazione, rifiuto dell’altro ed espiazione populistica, ottusità infernali e paradisiache compensazioni.

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