Slot machine, condono farsa. I big del gioco d’azzardo se la cavano con pochi euro

di Maurizio Grosso
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di Maurizio Grosso

Da 98 miliardi a 230 milioni di euro. Uno “sconto” surreale, che dà tutta la misure dello scandalo che ha favorito le concessionarie delle slot machine. Entrate nel mirino della Corte dei conti per mancato collegamento delle “macchinette” al cervellone della Sogei, operazione indispensabile a valutare il volume delle giocate, 10 società si erano viste prima contestare 98 miliardi di danno erariale, poi comminare una sanzione di 2,5 miliardi (che già rappresenta un bello sconto rispetto alla cifra contestata). Il governo Letta, però, nel tentativo di trovare la copertura all’abolizione della prima rata dell’Imu, ha riesumato una vecchia norma che avrebbe consentito alle concessionarie di liberarsi della sanzione di 2,5 miliardi pagando una piccola percentuale, fissata dall’esecutivo prima al 25, poi al 20%. Ma la Corte dei conti, qualche giorno fa, ha detto che in base alla norma l’asticella deve essere alzata al 30%. Peccato, però, che alla fine le aziende che hanno aderito alla sanatoria siano solo sei su 10 (Gtech-Lottomatica, Snai, Sisal, Cogetech, Gamenet, Cirsa). Il tutto facendo affluire solo 230 milioni di euro (peraltro con l’applicazione del 20%). Insomma, la farsa e il fallimento del condono. Dall’iniziale contestatzione di 98 miliardi, passando per la condanna a 2,5 miliardi, al momento nelle casse dello Stato è entrata la miseria di 230 milioni.

La storia
Alla fine del 2008 è iniziato un contenzioso contabile che, tra impugnazioni e appelli vari, si trascina ancora oggi. La procura della Corte dei conti, 5 anni fa, aveva contestato a 10 società concessionarie delle new slot e a tre dirigenti dei Monopoli di Stato un danno erariale monstre: 98 miliardi. Le 10 concessionarie erano Atlantis/B-plus (che fa capo all’ex latitante Francesco Corallo, figlio di Gaetano Corallo, sospettato di essere stato anni fa in affari con il clan Santapaola), Cogetech, Snai, Lottomatica, Hbg, Cirsa, Codere, Sisal, Gmatica e Gamenet. Tutti i big del settore. L’accusa? Semplice. Le slot, per funzionare correttamente ed essere controllate, si sarebbero dovute collegare a un cervellone centrale gestito dalla Sogei, la società di servizi informatici del ministero dell’economia. Questo collegamento sarebbe stato fondamentale per decifrare l’ammontare delle entrate derivanti dal gioco e le tasse da pagarci. Collegamenti e rete, però, secondo la procura hanno fatto acqua da tutte le parti. Secondo stime fatte all’epoca tra il 2004 e il 2006 su poco più di 200 mila apparecchiature da gioco quelle che non dialogavano in rete erano 130 mila. La vicenda, nel 2006, aveva attirato l’attenzione dell’allora governo Prodi, durante il quale venne istituita una commissione d’inchiesta presieduta dall’ex sottosegretario dell’economia Alfiero Grandi.

Da dove è spuntata la cifra
Inutile girarci intorno. La procura della Corte dei conti ha a dir poco esagerato nel chiedere 98 miliardi di euro di danno erariale. Una cifra spropositata, che sin da subito era chiaro non sarebbe mai stata incassata. La procura aveva in primis utilizzato il criterio delle penali previste dalla convenzione stipulata nel 2004 tra i Monopoli e le concessionarie, ovvero 50 euro per ogni ora di mancato collegamento delle slot alla rete. Penale poi letteralmente abbattuta nel marzo del 2008, agli sgoccioli del governo Prodi, quando venne fissata in 5 centesimi. Insomma, le enormi pressioni sul governo e i grandi interessi che ruotano intorno al settore del gioco fecero sentire i loro effetti. In più la procura spiegò che nei 98 miliardi bisognava considerare anche il cosiddetto danno erariale da disservizio, in pratica il valore economico del controllo pubblico non effettuato sul gioco d’azzardo. Tecnicismi e criteri discutibili, che hanno portato la procura a spararla grossa.

La sentenza e il decreto
Sta di fatto che la sentenza è arrivata il 17 febbraio del 2012, quando la Corte dei conti ha condannato le concessionarie e due dirgenti dei Monopoli a risarcire 2,5 miliardi di euro. Tanto, ma pur sempre poco rispetto alla richiesta iniziale. E qui si inserisce il decreto Imu approvato l’altro giorno dal governo di Enrico Letta. Tra le fonti di copertura dell’abolizione dell’imposta sulla prima casa, infatti, i tecnici del ministro dell’economia, Fabrizio Saccomanni, hanno fatto riferimento a circa 600-700 milioni di euro che sarebbero dovuti arrivare da un condono contabile approvato dall’allora governo Berlusconi con la Finanziaria del 2006. In essa si prevede la possibilità di sanare la posizione con il pagamento fino al 30% della somma contestata. L’esecutivo Letta ha pensato di alleggerire la situazione proponendo un ulteriore sconto. Ma i concessionari che hanno aderito sono pochi. Il resto è storia di un’incredibile farsa.