Solieri, una chitarra spericolata. Lo storico musicista di Vasco rimpiange gli anni ’80. E stronca l’Italia: poco spazio ai giovani emergenti

di Cristina Panzironi
L'intervista

Un rapporto iniziato “alla stazione dei treni di Modena”, quello con Vasco, e un amore per la musica nato molto prima. Pensare a Maurizio Solieri senza la sua chitarra sembra impossibile, così come farlo solo collegandolo ai grandi artisti coi quali ha collaborato. Sentirlo raccontare significa intraprendere con lui un viaggio, attraverso la storia del rock, i cambiamenti del panorama musicale e l’adattamento di un artista ai tempi che mutano.

Partiamo dall’inizio. Cos’è (ed è stato) il rock per Maurizio Solieri?

Il rock è stato ed è il genere musicale che più frequento, suono e ascolto e per me è importante ora come allora. Con rock non intendo solo quello classico di “Satisfaction”, per capirci, ma anche rock blues, heavy metal… Oggi però ascolto soprattutto musica proveniente dall’estero, soprattutto Nordeuropa.

In Italia non si fa più rock?

Ci sarebbe buon rock e anche bravi musicisti ma purtroppo spesso non hanno possibilità di suonare dal vivo perché i locali preferiscono prendere tribute band, così il pubblico non ha sorprese. Pochi si metterebbero ad ascoltare ragazzi sconosciuti, invece per me la musica è un fatto di orecchie e feeling. All’estero il rock non è morto. Anzi, è ricco di nuove influenze. In Italia manca l’attenzione del grande pubblico.

Tornando alla tua carriera… C’è un momento o un periodo che ricordi con più piacere?

Sicuramente i primi anni con Vasco, quando si cresceva cercando di costruire qualcosa che fosse rock e piacesse a noi e al pubblico, con curiosità e gusto di scoprire. Abbiamo girato i piccoli locali dell’Emilia, ci abbiamo messo tanto, bisognava farsi conoscere.. Poi i momenti con la Steve Rogers Band e Massimo Riva. Quando si suonava ma si cazzeggiava anche. Giravamo, ci circondavamo di ragazze… Ci divertivamo.

Qualche aneddoto di quegli anni?

Le prime esibizioni con Vasco in discoteche grandissime, quando salivamo sul palco con un pubblico che, dopo la musica disco, ci vedeva con le nostre chitarre acustiche e non sapeva neanche chi fossimo. Poi a metà anni ’80 i campi sportivi, i grandi locali e i tour “alla Bruce Springsteen”, nei quali ci sentivamo un po’ Rolling Stones. Anni indimenticabili…

Com’è cambiato il live nel tempo?

Con la musica liquida e internet, il pubblico ha smesso di comprare dischi ma il live cresce, perché i grandi stadi permettono anche di replicare il modus operandi tipico dei social media. In molti casi il concerto diventa quindi un momento di propria festa personale, non ore nelle quali ascoltare veramente musica.

Collaborazioni prestigiose, album da solista, un libro all’attivo… Cos’altro dobbiamo aspettarci?

È in cantiere un nuovo lavoro che uscirà in primavera. Si chiama “Dentro o fuori dal rock and roll”: su vinile 9 pezzi (i più importanti) e 12 su cd. Ma mi piacerebbe anche fare altro. Un’idea è quella di un nuovo libro con foto di tutte le mie chitarre e commenti su dove siano state utilizzate, in che dischi. E poi ricordi, racconti di vita vissuta… Le idee sono tante, vedremo.

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