Spolpati dalla bulimia di Internet. Dal potere patibolare a quello tentacolare del web. L’hackeraggio del cervello vero male del III millennio

di Carmine Castoro
Cultura

Che sia stato proprio Greg Hochmuth, già product manager di Google e co-founder di Instagram, a dire che alla fine un sistema di interconnessione basato su foto e hashtag, e dunque su curiosità e impellenze che si riproducono sempre nuove e più attraenti delle precedenti su cui abbiamo cliccato, “assume vita propria, come se fosse un organismo, e diventa un’ossessione per le persone”, lo apprendiamo dal bel libro di Antonio Pascotto, Il mondo senza Internet (Male Edizioni, pagg. 225, euro 15) che ha il pregio di individuare le sottili patologie, gli hackeraggi del cervello e le profonde e tentacolari riconfigurazioni cognitive che subiamo da un uso ormai inaggirabile di tecnologie interattive.

Disordini dell’attenzione e della concentrazione, forme di stress che producono anche disturbi fisiologici, l’immediatismo che ci spinge a modalità di lettura distorte e velocissime, un pensiero breve che non sedimenta spesso nessuna conoscenza nelle nostre anime: sono tutti fantasmi che si aggirano come un web-ossario del terzo millennio nelle nostre vite consumate da fruizioni e intrusioni che ci hanno spinto verso una vera e propria mutazione antropologica. Che, come giustamente, rimarca Pascotto, caporedattore a News Mediaset, riprendendo tesi sociologiche molto affermate, si basa fondamentalmente su una Infobesity, una “sovrabbondanza comunicativa permanente” che ha due marce alternate: siamo noi tele-utenti a essere ingozzati di notizie, fake, gossip e immagini che come in un unico gigantesco termoconvettore surriscaldano le nostre sinapsi sfilacciandole senza tregua e senza limiti etici, e sono gli altri, le multinazionali del data mining, che riducono noi a pezzettini di vita, a un puzzle di segmenti ed eliche comportamentali, utili per orientare i nostri consumi, le nostre passioni elementari, la nostra docilità politica.

Siamo in presenza di una psico-tecnologia che forse ha radici lontane, come ci fa capire l’accurata attualissima raccolta di studi foucaultiani di Stefano Catucci, Potere e visibilità (Quodlibet, pagg. 137, euro 16), dentro le maglie di quel “biopotere” che dopo il XVII e il XVIII secolo si viene sempre più emancipando dai luoghi del terrore, come i patiboli e le piazze di pubblico supplizio, così come dalle eterotopie, luoghi disciplinari per la rieducazione e la reintegrazione degli infami e degli “anormali” come carceri e manicomi, per arrivare a una descrizione delle soggettività che non si basa “su un ordine da imporre alle attività umane e non forza né guida i processi storici, ma cerca piuttosto di regolarli”. Come avviene oggi con una scritturazione perenne del cittadino-alfa, ottuso e inebetito dalla tv trash e dalla neurochimica dei like.

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