Telecom messa sotto controllo dai Servizi segreti. Passa il decreto sul golden power. Le strategie dell’ex monopolista controllate dai nostri 007

di Fabrizio Gentile
Primo piano

Un guardiano a monte, senza il cui coinvolgimento non dovrebbe muoversi foglia nelle decisioni strategiche. E poi guardiani a valle, inseriti nei consigli di amministrazione della capogruppo e delle sue controllate più delicate. Eccolo qui l’ormai famoso “golden power”, in pratica il complesso di poteri di interdizione di cui lo Stato italiano ha deciso di dotarsi per tutelare gli interessi del Belpaese in Tim, l’ex Telecom Italia. Dell’operazione si è parlato per mesi, con un escalation di dibattito nel momento in cui i francesi di Vivendi sono diventati primi azionisti dell’ex monopolista telefonico italiano con il 23,9% del capitale. I dettagli del “golden power”, nelle ultime settimane molto sponsorizzato dal ministro per lo sviluppo economico, Carlo Calenda, sono stati messi nero su bianco in un Dpcm firmato dal premier, Paolo Gentiloni, ed esaminato ieri da Consiglio dei ministri. Come si muoverà, allora, l’Esecutivo?

I passaggi – Innanzitutto il testo prevede che Tim-Telecom Italia dovrà dotarsi di un’“unità organizzativa” a presidio delle attività aziendali rilevanti per la sicurezza nazionale. Nel dettaglio si tratta di un’“Organizzazione di sicurezza”, che dovrà avere piena autonomia dalla casa madre Telecom in termini economico-finanziari, di gestione del personale e di dotazioni tecnologiche. A dirigere questa “Organizzazione di sicurezza” sarà un funzionario che Tim-Telecom Italia sceglierà in una terna di nomi indicati dalla Presidenza del Consiglio, in particolare dal Dipartimento per le informazioni per la sicurezza (in pratica la struttura che coordina Aisi e Aise, ovveri i nostri Servizi segreti interni ed esterni). Il Dpcm prevede quindi che tutti “i processi decisionali” di Tim-Telecom Italia, in particolare quelli che riaguardano “attività strategiche e la rete”, dovranno coinvolgere l’“Organizzazione di sicurezza”. Ma non finisce qui, perché l’ex monopolista italiano sarà anche tenuto a varare un “piano di security” articolato in quattro punti: una ricognizione degli asset e delle attività di carattere strategico; una programmmazione annuale che individui criticità “anche solo potenziali”; l’individuazione di obiettivi di “sviluppo, manutenzione, gestione delle attività stregiche”; lo stanziamento di risorse finanziarie per il raggiungimento di questi obiettivi. Dovranno inoltre restare in territorio italiano le “funzioni di gestione e sicurezza della rete” e anche i cosiddetti “Soc” (Security Operations Center) e “Cert” (Computer Emergency Response Team).

Il presidio – Infine c’è il passaggio sul presidio italiano all’interno dei vari consigli di amministrazione. Qui entrano in gioco Sparkle, la società del gruppo che gestisce la bellezza di 560 mila chilometri di cavi (anche sottomarini) attraverso i quali passano tutte le comunicazione strategiche, e Telsy, che si occupa di garantire la sicurezza delle comunicazione degli enti governativi, palazzo Chigi in primis. Ebbene, sul punto si prevede che Tim-Telecom Italia, e le sue controllate Sparkle e Telsy, dovranno avere un componente del consiglio di amministrazione in possesso dei seguenti requisiti: cittadinanza italiana; abilitazione alla gestione di informazioni per la sicurezza nazionale (Nos); via libera del governo sulla sua “idoneità” a sedere nel Cda “ai fini della tutela degli interessi essenziali per la difesa e la sicurezza nazionale”. Insomma, questo è l’armamentario messo in campo dal Governo per rintuzzare minacce francesi o esterne in generale. A questo punto, però, bisognerà vedere come le varie parti in causa reagiranno al tenore e ai contenuti del decreto Gentiloni. Una partita delicatissima.

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