Totò Riina sfida lo Stato. E anche stavolta ha vinto lui

di Carmine Gazzanni
Editoriale

Prima ha sbeffeggiato chi lo voleva malaticcio e quasi disposto al pentimento (“Non mi pento, posso farmi anche 3mila anni”), poi ha irriso lo Stato e la magistratura facendo trovare in 38 conto correnti sequestrati soltanto pochi spiccioli. Sfide su sfide, quelle di Totò Riina e famiglia. Segno, al di là di circostanze e contingenze, che la mafia vede ancora in u’ curtu il suo capo, che resta saldo  al vertice di un’associazione criminale che si sta riorganizzando, che sta cambiando pelle e profilo, ma che non abbassa la guardia nella sua sfida allo Stato.

Ecco perché l’errore più grande è credere che la mafia sia succube, quasi inesistente, è fermarci alla faccia pulita e comoda dell’antimafia e dei boss murati vivi al 41-bis. La forma tradisce il contenuto. Se oggi, a ridosso dell’anniversario di Via D’Amelio, c’è chi taglia la testa del busto di Falcone a Palermo o chi devasta la stele del giudice Livatino ad Agrigento, è certamente un ignorante. Ma lo è anche grazie al nostro fallimento educativo, che lascia vincere la cultura mafiosa della vandalizzazione della bellezza. Così perdiamo tutti. E la mafia lo sa.