Roma, 11 novembre. In piazza Montecitorio la ricerca italiana ha alzato la voce. Dottorandi, post-doc, assegnisti e tecnologi hanno sfilato per chiedere quello che in un Paese normale non si chiede: un futuro. Secondo lโAssociazione Dottorandi e Dottori di Ricerca, lโ86,5 % degli incarichi oggi attivi scadrร entro luglio 2026. Senza un piano di reclutamento, โnove su dieciโ usciranno dallโuniversitร nellโarco di un anno. Una soglia che non riguarda solo la condizione individuale ma la tenuta stessa del sistema: corsi, laboratori e progetti europei giร ora dipendono dal lavoro di chi non ha garanzie.
Una precarietร diventata metodo
Negli ultimi dieci anni i ricercatori precari sono cresciuti di otto volte. Nel 2023 la quota di personale di ricerca a tempo determinato ha raggiunto il 77 %, mentre nel 2013 era sotto il 10%. I contratti durano in media meno di dodici mesi e il 43 % di quelli finanziati con fondi Prin o Pon non arriva allโanno. Retribuzioni medie sotto i 1.700 euro e carriere bloccate spingono verso lโestero intere generazioni di studiosi. Rimangono in Italia circa 30 mila post-doc e 40 mila dottorandi, molti dei quali coprono lezioni e attivitร strutturali senza tutele piene. ร una normalitร piegata alla logica dellโemergenza: la ricerca vive, ma sopravvive chi la fa.
Il paradosso รจ che si parla di โmeritoโ e โeccellenzaโ in un sistema che alimenta lโinsicurezza come condizione strutturale. Ogni anno il Paese forma ricercatori che altri Paesi assumono: Germania, Francia e Spagna attraggono profili italiani con salari piรน alti del 40% e percorsi di carriera certi. LโItalia resta in fondo alla classifica europea per retribuzioni iniziali e investimenti in ricerca pubblica, fermi allโ1,5% del Pil. ร il divario che svuota le universitร mentre la retorica governativa parla di competitivitร .
FFO insufficiente e โcliffโ PNRR
Il governo rivendica un Fondo di Finanziamento Ordinario 2025 pari a 9,4 miliardi, con +336 milioni rispetto allโanno precedente. Un aumento che, nei conti degli atenei, non basta a colmare i tagli pluriennali e lโinflazione: il sottofinanziamento stimato supera il mezzo miliardo. A questo si aggiunge la scadenza dei fondi straordinari del Pnrr, che entro il 2026 termineranno lasciando scoperti migliaia di contratti. ร il cosiddetto โeffetto cliffโ: un salto nel vuoto per i ricercatori assunti grazie alle risorse straordinarie e per i progetti che senza personale non potranno proseguire. LโAdi parla di una crisi funzionale imminente, fatta di corsi soppressi, laboratori chiusi e ricerca competitiva in caduta libera.
Le richieste e la politica distratta
In piazza le parole dโordine sono nette: coperture certe per i nuovi percorsi di tenure-track, stabilizzazioni per chi svolge mansioni continuative, stop allโabuso degli assegni di ricerca per ruoli permanenti. La ministra dellโUniversitร Anna Maria Bernini rivendica lโaumento dei fondi e promette nuovi strumenti di reclutamento, ma sindacati e associazioni parlano di annunci โsenza coperturaโ. Nel solo Consiglio nazionale delle ricerche, circa 4 mila lavoratori restano precari: di questi, almeno 1.500 avrebbero diritto alla stabilizzazione ai sensi della legge Madia. La deputata dem Rachele Scarpa e la capogruppo Avs Elisabetta Piccolotti avvertono che, senza fondi nella manovra, lโItalia sprecherร i risultati del Pnrr e perderร capitale umano formato con risorse pubbliche.
La manifestazione di Roma non รจ un episodio, ma un sintomo. Il sistema universitario italiano si regge su una forza lavoro precaria che il bilancio pubblico non intende stabilizzare. Entro un anno migliaia di ricercatori resteranno senza contratto, con finanziamenti ordinari insufficienti e fondi straordinari in esaurimento. Se nulla cambia, lโuniversitร pubblica entrerร in modalitร emergenza: meno docenti, meno ricerca, meno futuro. E la โculla della conoscenzaโ rischierร di diventare un cimitero di promesse e di intelligenze lasciate a scadenza.