Dopo le minacce di interventi in Iran per decapitare il regime di Ali Khamenei e in Groenlandia per annettere la strategica isola artica controllata dalla Danimarca, Donald Trump sembra voler alzare ulteriormente la posta in gioco paventando l’invio di militari in Messico per colpire i narcos e fermare i flussi migratori verso gli Stati Uniti. Ormai non passa giorno senza che il tycoon si inventi qualche nuova provocazione capace di mettere in apprensione il mondo intero. Non fa eccezione neanche la giornata di ieri, in cui l’inquilino della Casa Bianca ha detto di tutto e di più.
Trump fa trattenere il fiato a tutto il Medio Oriente
Parlando dell’Iran, infatti, ha rivelato alla rete NBC di aver invitato le forze armate statunitensi a “tenersi pronte” per difendersi nel caso in cui Teheran dovesse attaccare le basi Usa in Medio Oriente e per essere disponibili a entrare in azione in tempi rapidi qualora autorizzasse un attacco su vasta scala contro il regime degli ayatollah. Proprio per questo, come riporta la stessa NBC, il Pentagono ha confermato di aver già iniziato a spostare truppe e mezzi nella regione, in particolare la portaerei Lincoln, come da disposizioni del presidente. Dichiarazioni che lasciano intendere come l’attacco all’Iran sia già stato deciso e potrebbe iniziare da un momento all’altro.
Ma come stanno davvero le cose? Difficile dirlo, perché il leader americano fa dell’imprevedibilità la sua principale arma, come si evince anche dalla gestione del dossier iraniano, dove ieri, dal suo più stretto entourage, sono arrivate dichiarazioni contrastanti che sembrano ridimensionare l’ipotesi di un’azione militare. Secondo la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, nel Paese mediorientale “erano previste circa 800 esecuzioni capitali, ma sono state fermate grazie al presidente Donald Trump”, che sarebbe “soddisfatto” per aver messo “fine al massacro di civili”, come aveva promesso. Insomma, stando alle parole della portavoce, l’obiettivo di Trump era quello di difendere i manifestanti ed è stato pienamente raggiunto.
La Casa Bianca minimizza le possibilità di un raid su Teheran
Peccato che sia evidente a tutti come le cose non stiano così, visto che la mattanza non si è mai fermata: la Ong Hrana segnala già 2.677 morti accertati e oltre 3mila arresti arbitrari, e la repressione del regime degli ayatollah è ben lungi dall’essere conclusa. A confermarlo è anche il fatto che le autorità di Teheran abbiano parlato di pene capitali “temporaneamente sospese” e annunciato che lo stop alla rete internet — che rende impossibile comprendere la reale entità del massacro — proseguirà “almeno fino a metà marzo”.
Ma perché Trump starebbe abbassando i toni? A spiegarlo è il Financial Times, secondo cui la decisione sarebbe arrivata dopo un consulto con i generali del Pentagono, scettici sul fatto che un attacco possa causare il collasso del regime iraniano, e con alcuni leader dell’area, primo fra tutti il premier israeliano Benjamin Netanyahu, timorosi di possibili rappresaglie.
A confermare questa ricostruzione è anche la rete Al Arabiya che, citando un alto funzionario arabo, sostiene che “il livello di escalation è stato ridotto, almeno per ora. Washington ha deciso di concedere tempo ai colloqui con Teheran” per trovare una via alternativa al conflitto. Nel frattempo, dal regime è in atto un tentativo di minimizzare il numero delle uccisioni, sostenendo che la crisi sia ormai alle spalle.
Ma che ciò non corrisponda al vero — a conferma del caos interno alle autorità di Teheran — emerge dalle parole di Gholamhossein Darzi, vice rappresentante permanente dell’Iran all’Onu, secondo cui gli Stati Uniti starebbero continuando a “destabilizzare la politica interna” del Paese, incentivando le proteste di piazza con l’obiettivo di favorire “l’instabilità politica e giustificare un intervento militare”. Per questo motivo il regime si dice “pronto a tutto per difendere la Repubblica islamica”, preannunciando contrattacchi in tutta l’area in caso di guerra con gli Usa.
La vera partita: l’annessione della Groenlandia
La sensazione è che l’eventuale attacco americano sia stato effettivamente messo in standby, ma non perché la situazione in Iran sia rientrata: gli Stati Uniti hanno altre priorità. Tra queste, come è chiaro da mesi, al primo posto figura la minaccia di annessione della Groenlandia, strappandola alla Danimarca. Da Washington continuano infatti a insistere sul fatto che, con le buone o con le cattive, l’isola artica diventerà “il 51esimo Stato degli Usa”.
Dichiarazioni che stanno generando forti resistenze proprio tra i groenlandesi, tutt’altro che entusiasti all’idea di finire sotto il controllo americano. In loro difesa, sempre più Paesi dell’Ue stanno inviando soldati, su invito del governo locale, per condurre mini esercitazioni nella speranza di disinnescare una crisi che potrebbe far vacillare l’intero sistema di alleanze dell’Occidente.
Al momento sono cinque le nazioni europee — Germania, Finlandia, Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi — che si sono unite alle truppe danesi, ma non si esclude che altri Stati possano aggiungersi a breve. Poche unità che difficilmente basteranno a scoraggiare Trump. Proprio per questo la ministra degli Esteri britannica, Yvette Cooper, in un’intervista a Politico, ha caldeggiato una missione Nato nell’Artico per rafforzare la presenza dell’Alleanza e aumentarne il potere di deterrenza. Una proposta che potrebbe essere affrontata già lunedì, quando il segretario generale della Nato, Mark Rutte, incontrerà a Bruxelles il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen e la ministra groenlandese per gli Affari esteri e la Ricerca, Vivian Motzfeldt.
L’ultima sparata del tycoon: “Il Messico rischia”
Ma non è tutto. Trump, dopo aver minacciato anche Cuba e Colombia, sembra aver trovato un nuovo bersaglio per le sue invettive: il Messico. Dal Dipartimento di Stato americano si registra infatti un indurimento dei toni nei confronti del Paese vicino, giudicando inaccettabili i “progressi graduali” nella gestione della sicurezza alla frontiera, che non avrebbero impedito né l’esodo dei migranti né il traffico di sostanze stupefacenti.
Parole che, secondo quanto riporta il New York Times, nascondono le pressioni dell’amministrazione Usa sul governo messicano affinché soldati americani o ufficiali della Cia possano affiancare l’esercito locale nelle incursioni contro i laboratori clandestini di droga e le reti dell’immigrazione illegale. Un invito immediatamente respinto dal governo di Claudia Sheinbaum, poiché ritenuto lesivo della “sovranità nazionale”, scatenando le proteste di Washington, che ha già minacciato “ritorsioni”.