Referendum, il governo esclude dal voto cinque milioni di fuorisede: così si rischia di alterare gli equilibri della consultazione

Cinque milioni di italiani penalizzati nel voto sulla riforma della giustizia: una scelta politica che rischia di pesare sull'esito finale

Referendum, il governo esclude dal voto cinque milioni di fuorisede: così si rischia di alterare gli equilibri della consultazione

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere dei magistrati nasce già con un corpo elettorale amputato. Cinque milioni di cittadini italiani che studiano, lavorano o si curano in un comune diverso da quello di residenza non potranno votare. La causa dell’esclusione è una decisione politica assunta dal governo nonostante numeri, strumenti e precedenti avessero già dimostrato la praticabilità del voto fuorisede. I numeri sono noti, gli strumenti esistono, i precedenti pure. Quindi la rinuncia è deliberata.

Parliamo di una platea pari a oltre il dieci per cento del corpo elettorale. Se fosse una regione, sarebbe tra le più popolose del Paese: studenti universitari, lavoratori precari, insegnanti con incarichi annuali, operatori sanitari, persone in mobilità sanitaria. Una parte strutturale dell’Italia reale. A loro viene chiesto di rientrare nel comune di residenza per votare, affrontando costi di viaggio che oscillano tra i 200 e i 400 euro, tempi incompatibili con lavoro e studio, ostacoli materiali che trasformano il diritto di voto in una prestazione a pagamento. Il principio costituzionale del voto “personale ed eguale”, sancito dall’articolo 48, diventa così subordinato al reddito e alla disponibilità di tempo.

Un referendum senza quorum e un voto che pesa doppio

Il dato centrale, che il governo evita accuratamente di affrontare, è la natura della consultazione. Il referendum del 2026 è confermativo, ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione. Non prevede quorum. Vince chi prende un voto in più. In questo contesto, ogni esclusione pesa in modo determinante sull’esito finale. Impedire a milioni di cittadini di votare non invalida formalmente la consultazione, ma ne altera gli equilibri politici e la legittimazione democratica.

Il paradosso è reso ancora più evidente dai precedenti recenti. Nel 2024, per le elezioni europee, e nel 2025, per i referendum su lavoro e cittadinanza, il governo aveva introdotto sperimentazioni di voto nel comune di domicilio. Nel 2025 l’estensione aveva riguardato studenti, lavoratori e persone in cura. I dati del Ministero dell’Interno mostrano che oltre 67 mila cittadini avevano presentato domanda, con un tasso di partecipazione vicino al 90 per cento tra gli ammessi al voto. Quando l’ostacolo viene rimosso è evidente che la partecipazione cresce in modo netto. Quel modello ha funzionato. Il sistema ha tranquillamente retto. I comuni hanno gestito seggi e liste senza criticità strutturali.

La scelta del governo e l’anomalia italiana

Nonostante questo, il ministero dell’Interno ha escluso la possibilità di replicare l’esperienza per il referendum costituzionale, sostenendo l’assenza di una base legislativa e una valutazione costi-benefici ritenuta sfavorevole. È una linea che ignora i dati più recenti e seleziona quelli meno significativi. La stessa maggioranza che ha fatto ricorso più volte alla decretazione d’urgenza sceglie di non utilizzarla quando si tratta di ampliare il diritto di voto.

Nel frattempo, una legge delega approvata dalla Camera nel 2023 resta bloccata al Senato. Una proposta di legge di iniziativa popolare, promossa da The Good Lobby, Will Media e dalla rete Voto Fuorisede, ha raccolto oltre 50 mila firme ed è stata incardinata in Commissione Affari costituzionali, ma senza tempi compatibili con il voto di marzo. Anche qui, il fattore decisivo è politico, non tecnico.

L’Italia resta così un’eccezione negativa nel panorama europeo. Germania, Francia, Spagna e Regno Unito prevedono forme di voto postale, per delega o anticipato. L’Estonia utilizza il voto elettronico. In Italia votano per corrispondenza i cittadini iscritti all’AIRE, residenti all’estero, mentre chi vive a Torino ed è residente a Reggio Calabria deve tornare a casa o rinunciare. Una disparità che solleva interrogativi evidenti sul principio di uguaglianza.

Il referendum sulla giustizia si avvia così a essere ricordato anche per questo: una riforma costituzionale votata senza una parte rilevante del Paese. Cinque milioni di cittadini trasformati in spettatori forzati. L’astensionismo che ne deriverà non sarà una scelta. Avrà un indirizzo preciso e una responsabilità politica altrettanto chiara.