Il primo indizio è stata la fretta di fissare la data. Il secondo, sono i quasi 5 milioni di elettori italiani fuorisede, per lo più lavoratori e studenti, per i quali il governo ha deciso di trasformare il voto in una missione impossibile. Una scelta mirata, visto che negli ultimi decreti dell’esecutivo non c’è traccia di misure per consentire il voto a distanza come avvenuto peraltro in occasione delle Europee del 2024 e le consultazioni del 2025 su cittadinanza e lavoro.
Con il risultato che, il 22 e 23 marzo, circa il 10% dell’elettorato italiano si troverà di fronte due alternative: rientrare nei luoghi di residenza sostenendo viaggi in molti casi lunghi e costosi (una sorta di tassa sul voto) o disertare il referendum confermativo sulla riforma della separazione delle carriere dei magistrati. Se, come si dice, due indizi fanno una prova, è la conferma che, temendo una vittoria del No, il governo sta facendo tutto quanto in suo potere per evitare una sconfitta che potrebbe pesare in modo determinante anche sull’esito delle Politiche del 2027.
Non si spiegherebbero diversamente non solo la forzatura sulla data della consultazione – già oggetto di ricorso dei comitati del No al Consiglio di Stato che lo discuterà il 27 gennaio – che quasi sicuramente finirà dinanzi alla Consulta, ma anche la decisione di negare il voto fuorisede a quasi 5 milioni di elettori, che se seppur di per sé non invalida la consultazione, in un referendum senza quorum può di certo alterare gli equilibri limitando la partecipazione. Un motivo, anzi due, in più per votare No.