La Sicilia sta cedendo pezzo dopo pezzo, e a Niscemi il dissesto ha assunto la forma più brutale: una città che si spacca, case che si svuotano, strade che scompaiono. Il fronte della frana che avanza nell’area del torrente Benefizio ha ormai raggiunto i quattro chilometri. In alcuni punti il terreno si è abbassato di venticinque metri. Circa 1.500 persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, evacuate in via preventiva mentre il sottosuolo continua a muoversi. Interi quartieri risultano inaccessibili. Tre strade su quattro sono state chiuse. Il rischio concreto è l’isolamento totale del centro abitato.
La frana si è riattivata con violenza dopo il primo evento di metà gennaio, aggravata dalle piogge estreme del ciclone Harry che ha colpito la Sicilia orientale e la fascia ionica. Tecnici e Protezione civile parlano di una situazione in peggioramento costante. La zona rossa è stata ampliata fino a 150 metri. Le scuole restano chiuse. Le famiglie sfollate si arrangiano tra parenti, amici e brandine allestite nel palazzetto dello sport.
Una ferita antica che nessuno ha curato
Il dissesto di Niscemi affonda le radici nel tempo. I geologi lo collegano direttamente alla grande frana del 1997, mai risolta in modo strutturale. Michele Orifici, vicepresidente della Società italiana di geologia ambientale, parla apertamente di evoluzione di un fenomeno noto e sottovalutato per decenni. Le piogge estreme hanno fatto il resto, accelerando una fragilità già scritta nella geologia del territorio.
La Sicilia conosce bene questo copione. Eventi meteorologici sempre più intensi, consumo di suolo, manutenzione assente. Secondo i dati Snpa, quasi il 30 per cento delle coste siciliane entro i 300 metri risulta cementificato. Anche nel 2024 si è continuato a costruire lungo le linee di costa. Quando il terreno cede, la sorpresa dura il tempo di un titolo.
Emergenza dichiarata, risposte minime
Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per Sicilia, Calabria e Sardegna, stanziando 100 milioni di euro complessivi per i primi interventi. Una cifra che, a fronte di danni stimati dalle Regioni in circa tre miliardi, viene definita insufficiente dalle amministrazioni locali e dalle organizzazioni sindacali. La Cgil parla di risposte inadeguate e di assenza totale di misure strutturali.
Il problema si allarga oltre Niscemi. A Messina e lungo la costa ionica il ciclone Harry ha cancellato chilometri di litorale, mettendo in ginocchio turismo e lavoro stagionale. Migliaia di persone rischiano di restare senza reddito per mesi, senza ammortizzatori adeguati. I collegamenti ferroviari e stradali risultano compromessi. La mobilità è ridotta a soluzioni provvisorie che rallentano anche le attività rimaste aperte.
Niscemi diventa così un simbolo preciso. Una città che affonda mentre lo Stato misura l’emergenza a rate. Il dissesto idrogeologico smette di essere una variabile imprevista e si presenta per quello che è: il risultato accumulato di scelte rinviate, territori lasciati scoperti, prevenzione trattata come voce accessoria. Quando il terreno cede, il conto arriva tutto insieme. E il sospetto è che alla fine paghino sempre e solo i soliti noti. Intanto a Roma si briga per il Ponte.