Washington Post, licenziamenti senza precedenti: il “reset” di Bezos smantella la redazione

Trecento giornalisti licenziati, redazioni chiuse e esteri smantellati: il Washington Post, giornale simbolo del Watergate, sacrifica la sua missione.

Washington Post, licenziamenti senza precedenti: il “reset” di Bezos smantella la redazione

E mentre il Washington Post continua a ripetere il suo motto sulla democrazia che muore nell’oscurità, dentro la redazione la luce si è spenta a colpi di email e call su Zoom. I licenziamenti annunciati a febbraio sono arrivati come una ghigliottina: circa trecento giornalisti fuori, un terzo della forza lavoro, intere aree smantellate. Un’operazione presentata come “reset strategico”, spiegata dal direttore esecutivo Matt Murray con il lessico neutro della ristrutturazione, vissuta da chi lavora al Post come una rottura irreversibile del patto tra proprietà, redazione e lettori.

Dietro il linguaggio aziendale ci sono numeri che raccontano una resa. 177 milioni di dollari di perdite in due anni, abbonamenti in caduta, traffico digitale dimezzato, una base di lettori quotidiani evaporata dopo il picco dell’era Trump. Ma il modo in cui la crisi è stata gestita pesa quanto la crisi stessa. Giornalisti licenziati mentre erano in trasferta, redazioni chiuse senza un confronto reale, professionalità storiche trattate come un costo da tagliare.

Il disinvestimento editoriale come scelta politica

La chiusura delle redazioni sport e libri ha un valore che va oltre il bilancio. Lo sport al Post era cronaca, racconto sociale, memoria di una città. I libri erano spazio critico, costruzione culturale, presidio di senso. Azzerarli significa rinunciare a una funzione pubblica per inseguire una presunta efficienza. Ancora più pesante il ridimensionamento della cronaca locale, con la sezione Metro ridotta all’osso proprio mentre Washington vive tensioni politiche e istituzionali che avrebbero bisogno di sguardi vigili e continui.

Il colpo più grave arriva dagli esteri. Tagliati interi team, chiusi bureau, cancellata la copertura diretta di aree decisive come Medio Oriente e Asia. Reporter con anni di esperienza lasciati a casa mentre guerre e crisi geopolitiche ridisegnano gli equilibri globali. Marty Baron, ex direttore del giornale, ha parlato di uno dei giorni più bui nella storia del Post. Il Post Guild, il sindacato interno, ha avvertito che smantellare la capacità di chiedere conto al potere equivale a sabotare la missione del giornale.

Tra intelligenza artificiale e licenziamenti

La scommessa della dirigenza si chiama automazione. Una “terza redazione” pensata per social, video e contenuti di servizio assistiti dall’intelligenza artificiale. Nella pratica, prodotti lanciati con tassi di errore altissimi, citazioni inventate, fatti sbagliati, test interni che segnalavano criticità ignorate. L’idea che l’IA possa colmare il vuoto lasciato dai licenziamenti ha creato una frattura profonda tra management e giornalisti, alimentando la percezione di una scorciatoia tecnologica usata per giustificare tagli strutturali.

Emblematico il caso delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Prima la decisione di cancellare la trasferta nonostante decine di migliaia di dollari già spesi, poi una marcia indietro parziale con una presenza simbolica. Alcuni cronisti hanno scoperto di essere stati licenziati mentre erano già in Italia per lavorare. Un’umiliazione professionale che racconta meglio di qualsiasi memo cosa sia diventato il “reset”.

Il Washington Post era un’istituzione che faceva scuola. Oggi appare come un laboratorio di riduzione, dove la sopravvivenza economica viene perseguita sacrificando competenze, memoria e autonomia. La vergogna dei licenziamenti non sta solo nei numeri, ma nell’idea che il giornalismo sia un ingombro da alleggerire. Quando a pagare sono le redazioni, a perdere resta sempre la democrazia.