Appena tre giorni. Tanto è bastato al medicane Harry per trasformare radicalmente il clima italiano, con Sardegna, Sicilia e Calabria, che hanno vissuto mesi di siccità e, dopo la gigantesca perturbazione, si sono ritrovati improvvisamente a fare i conti con frane, allagamenti, fiumi irrequieti. Un paradosso solo apparente, che l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche fotografa senza sconti: suoli aridi, duri come pietra, incapaci di assorbire l’acqua. E quando piove forte — troppo forte — l’acqua corre e non si ferma.
Acqua che manca, acqua che trabocca
I numeri parlano chiaro e fanno rumore. In Sardegna, a gennaio, le dighe hanno trattenuto oltre 717 milioni di metri cubi d’acqua in più rispetto al mese precedente. Il riempimento medio ha toccato il 72%. Ma non ovunque. A Nord dell’isola, nella Nurra, i bacini restano sotto la metà della capienza. Altrove, invece, l’acqua è troppa: Monte Pranu, Ogliastra, Alto Taloro hanno dovuto rilasciare verso valle. Pioggia record — oltre 540 millimetri — e invasi costretti a scaricare. Sembra un controsenso ma non lo è.
In Sicilia gennaio ha portato il 29% della pioggia media annua in un solo mese, con picchi impressionanti come i 619 millimetri di Pedara. I bacini potabili hanno recuperato quasi l’80% in poche settimane. Bene? Sì. Ma con un asterisco grande così.
Un Paese ancora impreparato
Ma siamo davvero pronti per questi improvvisi stravolgimenti climatici? La domanda la mette nero su bianco Massimo Gargano, direttore generale di ANBI. E suona quasi provocatoria: Questi eventi potevano essere affrontati con più sicurezza? Si poteva limitare il conto dei danni? E — perché no — trasformare l’emergenza in risorsa?.
Per ANBI la risposta passa da una parola spesso rimandata: infrastrutture. Secondo l’associazione ne servono di nuove e pensate per un clima che non assomiglia più a quello di ieri, ma che ha ormai assunto una nuova normalità che non può più essere ignorata. Il Piano Invasi Multifunzionali è lì, pronto. Si tratta di circa 400 progetti in attesa di finanziamento.
Ma — ed è qui che il discorso si fa scomodo — non basta scavare e costruire. Serve una cultura della prevenzione diffusa. Civile. Quotidiana. Quella che manca finché non succede qualcosa.
Un’Italia idrica a macchia di leopardo
Guardando al quadro nazionale, le risorse idriche presentano grandi differenze da territorio a territorio. Sugli Appennini si passa da surplus clamorosi — Arno a +411% di contenuto idrico nivale — a deficit che peggiorano, come sul Crati. Al Nord la neve recupera terreno, ma resta sotto media in aree chiave come il Nord-Est. I grandi laghi respirano, alcuni fiumi crescono a vista d’occhio, altri rallentano.
E il Po? Riflette tutto questo: cala in Piemonte, cresce verso il delta. Uno specchio fedele di un Paese spaccato tra troppa acqua e troppo poca.
Alla fine resta una sensazione netta — difficile scrollarsela di dosso. Il cambiamento climatico non è un titolo astratto. È una sequenza di fatti. Rapidi. Contraddittori. E sempre più costosi. ANBI lancia l’allarme, ma anche una proposta concreta che la politica farebbe bene a prendere sul serio.