Il 31 gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato, sulla piattaforma del Ministero della Giustizia, la soglia delle 50 mila firme necessarie per essere depositata in Parlamento. Il dato politico è arrivato il giorno dopo l’annullamento della conferenza stampa che avrebbe dovuto presentare il testo alla Camera dei deputati. L’evento del 30 gennaio è saltato quando alcuni deputati delle opposizioni hanno occupato la sala stampa per impedirne lo svolgimento. «Questa è la casa della democrazia. Sarebbe stato inammissibile consentire l’ingresso di nazisti e fascisti dichiarati», aveva spiegato Angelo Bonelli, coportavoce di Europa Verde.
Il blocco ha prodotto l’effetto che i promotori cercavano: trasformare il testo in un caso politico, rivestendo l’operazione di una retorica vittimistica che parla di censura e libertà negate. È il solito copione. Prima si forza il perimetro democratico, poi ci si dichiara perseguitati quando quel perimetro reagisce.
Il punto, però, non è l’incidente di Montecitorio. Il punto è l’ambiguità lessicale su cui la proposta si regge. Remigrazione e rimpatri non hanno nulla in comune, se non l’uso strumentale della parola “ritorno” per rendere digeribile un progetto di esclusione su base identitaria.
Rimpatri: diritto amministrativo, non propaganda
Nel diritto europeo e italiano il rimpatrio è una procedura amministrativa. Riguarda cittadini di Paesi terzi privi dei requisiti per soggiornare. È disciplinato dalla direttiva 2008/115/CE e dal testo unico sull’immigrazione. Prevede valutazioni individuali, diritto al ricorso, motivazione degli atti, preferenza per la partenza volontaria. Esclude categorie specifiche come minori non accompagnati, vittime di tratta, persone in condizioni di vulnerabilità sanitaria.
Il rimpatrio interviene su una condizione giuridica, non su un’identità. Non produce categorie permanenti, non distingue tra cittadini di serie A e di serie B, non tocca la cittadinanza. È uno strumento amministrativo sottoposto a limiti e controlli, pensato proprio per evitare arbitri e automatismi.
Questo impianto giuridico viene scientemente rimosso dal discorso pubblico sulla remigrazione. Parlare di rimpatri serve a evocare legalità. Parlare di remigrazione serve a promettere espulsioni di massa senza dover pronunciare parole storicamente indigeribili.
Remigrazione: l’ideologia travestita da norma
La remigrazione non nasce nel diritto. Nasce nell’immaginario dell’estrema destra europea come risposta identitaria alla presenza migrante. Nel testo promosso in Italia il salto è esplicito. La platea non si limita agli irregolari. Comprende cittadini regolari, naturalizzati, persone giudicate non assimilate.
Il disegno è chiaro: revoca della cittadinanza, patti di allontanamento definitivo mascherati da volontari, confische patrimoniali estese, repressione delle organizzazioni che salvano vite in mare. Qui il criterio smette di essere amministrativo e diventa politico. Si costruisce una cittadinanza condizionata, revocabile, fragile. Una cittadinanza che dipende dall’origine e dalla conformità.
È un attacco frontale alla Costituzione. L’articolo 3 sull’uguaglianza viene svuotato. L’articolo 10 sugli obblighi internazionali viene aggirato. L’articolo 22, che vieta la privazione della cittadinanza per motivi politici, viene trattato come un fastidio del passato. Chi sostiene la remigrazione lo sa. E proprio per questo insiste nel confonderla con i rimpatri.
La parola “riconquista” completa l’operazione. Trasforma lavoratori, studenti, famiglie in un corpo estraneo da rimuovere. Sposta il conflitto sociale dall’economia all’identità. È una scorciatoia vecchia, efficace, pericolosa.
I dati, intanto, restano lì. Secondo le analisi del Centro Studi Emigrazione Roma, i cittadini stranieri generano circa il 9 per cento del PIL, garantiscono un saldo fiscale positivo, tengono in piedi settori cruciali come l’assistenza agli anziani, l’agricoltura, l’edilizia. La Ragioneria generale dello Stato ha indicato la necessità di un saldo migratorio positivo per la sostenibilità del sistema previdenziale. Chi invoca la remigrazione chiede consapevolmente un danno strutturale al Paese, mascherandolo da difesa nazionale.
Il passaggio parlamentare della proposta, se ci sarà, costringerà a chiamare le cose con il loro nome. I rimpatri esistono già, sono regolati, limitati, sottoposti a garanzie. La remigrazione è altro. È un progetto politico di espulsione identitaria che usa il linguaggio del diritto per legittimarsi.
Chi la sostiene mente quando la confonde con i rimpatri. Mente sapendo di mentire. E lo fa perché senza quell’equivoco la proposta resterebbe per ciò che è: una sfida aperta all’ordinamento costituzionale e alla democrazia repubblicana.