Il processo per la strage di Cutro si apre a tre anni dal naufragio con un’aula piena e un vuoto tutto intorno. Le udienze cominciano, dinanzi al Tribunale di Crotone, le responsabilità vengono formalmente chiamate in causa, ma tutto avviene a telecamere spente. La morte di 94 persone, 35 delle quali minori, entra finalmente in dibattimento mentre il racconto pubblico viene ridotto al minimo indispensabile.
Il procedimento riguarda il naufragio del caicco Summer Love, distrutto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Sei imputati, quattro militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, rispondono di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Tutti erano in servizio nelle sale operative quella notte. Tutti hanno scelto di testimoniare. L’accusa ruota attorno a una sequenza di omissioni, ritardi, valutazioni che hanno trasformato un avvistamento in una strage annunciata.
La scelta che pesa più dei ritardi
Il cuore del processo è la distinzione tra controllo delle frontiere e soccorso in mare. Frontex individua il caicco la sera precedente al naufragio. I segnali arrivano ai centri di coordinamento italiani. Il natante viene trattato come un’operazione di polizia marittima, non come un evento di ricerca e soccorso. Le motovedette della Guardia di finanza escono e rientrano per il mare mosso. Le unità della Guardia costiera, progettate per operare in condizioni peggiori, restano fuori dalla catena decisionale perché l’allarme Sar non viene mai dichiarato. Il risultato è noto: l’imbarcazione si spezza contro una secca, i soccorsi arrivano da terra, quando il mare ha già restituito i corpi.
Dentro il quadro tecnico si inserisce la decisione di spegnere le telecamere. Il collegio giudicante ha vietato riprese audio e video per tutta la durata del dibattimento, consentendo solo materiali prodotti dal personale del Tribunale e previa autorizzazione. Una misura motivata con l’ordine dell’istruttoria, contestata da giornalisti, avvocati e parti civili. Trentasette cronisti hanno firmato una protesta formale. Le organizzazioni costituite parte civile parlano di un processo che nasce sotto traccia, mentre altri procedimenti di grande rilevanza, celebrati nello stesso tribunale, hanno goduto di piena visibilità.
Un processo che interroga la politica
Le parti civili sono 86. Tra queste Emergency, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS Méditerranée. La Cgil Calabria denuncia un vulnus al principio di trasparenza: la giustizia, quando riguarda la morte di decine di persone, deve essere anche visibile. Il silenzio, in questo contesto, viene percepito come un secondo abbandono. Le vittime diventano numeri, le responsabilità rischiano di restare confinate agli atti.
Il processo, però, non si ferma. Nelle liste testimoniali compaiono anche i nomi dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. Il Tribunale per ora si è riservato di decidere sulla loro audizione. Ma la sola richiesta chiarisce la posta in gioco: capire se quella notte le scelte operative siano state il prodotto di errori individuali o l’esecuzione coerente di un indirizzo politico che ha subordinato il soccorso alla deterrenza.
Intanto fuori dall’Aula…
Intanto fuori dall’aula, il Mediterraneo continua a produrre morti. Nel 2025 più di 1.300 persone hanno perso la vita sulla rotta centrale. Nel gennaio 2026, durante il cosiddetto ciclone Harry, oltre mille risultano disperse. Il processo di Cutro si svolge mentre la stessa dinamica si ripete: avvistamenti, rimbalzi di competenze, ritardi, silenzi. La giustizia arriva tardi ma soprattutto si preoccupa di parlare a bassa voce
Cutro entra in tribunale senza clamore, come se il tempo avesse consumato anche l’indignazione. Ma ciò che viene giudicato non riguarda soltanto una notte, sei ufficiali, una catena di comando. Riguarda la scelta di cosa vedere e cosa lasciare fuori campo. Durante il processo si discuterà delle omissioni ma il buio qui fuori è già una scelta. Per questo si insiste perché il collegio giudicante cambi idea.