Dal Venezuela all’Iran, il precedente che smentisce la retorica della liberazione Usa

Dal caso Maduro ai campi in Messico: il modello Usa tra cambio di regime, interessi energetici e limbo migratorio. Iran compreso

Dal Venezuela all’Iran, il precedente che smentisce la retorica della liberazione Usa

Ci risiamo. Washington torna a parlare di “liberare” uno Stato dalla tirannia e questa volta tocca all’Iran. È un lessico che abbiamo già sentito. Prima Baghdad, poi Tripoli, poi Caracas. Ogni volta la promessa è la stessa: democrazia, diritti, futuro ma ogni volta la sequenza reale racconta ben altro.

Dal regime change al patto energetico

In Venezuela, ad esempio, la rimozione di Nicolás Maduro all’inizio del 2026, attraverso un’operazione militare statunitense dai contorni giuridici simili a quelli di queste ore, è stata presentata come l’alba di una nuova stagione. Nei giorni successivi Donald Trump ha rivendicato l’intenzione di “governare il Venezuela”. Poi sono iniziati i tavoli veri: negoziati con figure di continuità dell’apparato chavista, accordi sulle concessioni petrolifere, rassicurazioni alle major energetiche. La transizione democratica è rimasta sullo sfondo.

La dinamica è stata lineare: sostituzione del leader sgradito, permanenza di gran parte delle strutture di potere, priorità alla stabilità estrattiva. La coalizione democratica guidata da María Corina Machado, pur forte di un riconoscimento internazionale, è stata marginalizzata mentre Washington trattava con Delcy Rodríguez e con gli attori ritenuti affidabili per garantire continuità contrattuale. La libertà evocata nei comunicati è diventata una cornice retorica. Sul terreno invece si è consolidato un regime ibrido, curiosamente compatibile con gli interessi energetici occidentali.

Anche l’Italia si è appiattita su quella traiettoria. Antonio Tajani ha parlato di “occasione storica” e la fase post-regime è stata raccontata come stagione di normalizzazione. Poi in Parlamento le informative si sono concentrate sui margini per tutelare i crediti e sugli spazi per rafforzare la presenza italiana nel settore energetico. Le ricostruzioni diplomatiche citano vertici a Washington fra governo italiano, amministrazione Trump e grandi attori del petrolio per “mettere in sicurezza” contratti e infrastrutture. In quel quadro diritti, riforme e giustizia di transizione restano semplicemente delle variabili laterali.

Il limbo dei venezuelani

Il secondo capitolo riguarda i migranti. Per anni la retorica statunitense aveva legato la “liberazione” del Venezuela alla fine dell’esodo. È accaduto l’opposto. Con il “big, beautiful bill” approvato in luglio, quasi 50 miliardi di dollari sono stati destinati al muro e miliardi aggiuntivi a politiche restrittive. La chiusura dell’app della Customs and Border Protection ha eliminato uno degli ultimi canali per fissare appuntamenti d’asilo. Migliaia di venezuelani sono rimasti bloccati in Messico.

Come racconta un’inchiesta del Guardian a Vallejo, a Città del Messico, oltre duecento persone vivono in baracche di pallet e plastica lungo un binario ferroviario, senza acqua corrente né servizi adeguati. Edicson Parra, partito nell’agosto 2024 con moglie e quattro figli, lavora in un cantiere per 20 dollari al giorno. «Il sogno americano è una menzogna», racconta. Angela Ortegana Garboza ha attraversato il Darién subendo violenze. Andrés Castro ha perso una gamba tentando di salire sulla “Bestia”. Hanno creduto alla promessa di una svolta politica a Caracas. Hanno trovato un limbo strutturale, fatto di attese, sgomberi annunciati, frontiere chiuse.

Il precedente per l’Iran

Mentre le famiglie attendono uno sgombero, a Washington e nelle capitali europee si discute di greggio, crediti, quote di mercato. Il diritto internazionale, invocato con fermezza in altri teatri, è stato piegato a un’operazione unilaterale priva di mandato Onu. Nei primi giorni molte testate italiane hanno celebrato la “fine del dittatore” ma poi l’attenzione è scivolata altrove, insieme alle domande sulla legalità dell’intervento e sulla sorte dell’opposizione democratica.

È questo il precedente che pesa quando si evoca l’Iran. L’idea che il cambio di regime possa essere un atto chirurgico, separato dalle conseguenze sociali, dalle fratture istituzionali, dagli interessi economici in gioco. L’esperienza venezuelana mostra una sequenza diversa: intervento, riallineamento energetico, stabilizzazione autoritaria, crisi migratoria permanente.

Se l’obiettivo dichiarato è la democrazia, servono elezioni libere, giustizia di transizione, garanzie costituzionali, tutela dei diritti e un calendario vincolante. Se invece la priorità resta la sicurezza delle forniture e la gestione dei flussi, allora il copione è già scritto. Caracas offre un laboratorio recente e documentato. Prima di parlare di Teheran, conviene studiarlo senza slogan e senza amnesie selettive.