L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha diviso le capitali europee. In molti governi è arrivata la consueta formula diplomatica: appelli alla prudenza, richiami alla de-escalation, frasi calibrate per evitare attriti con Washington. Da Madrid è arrivata una risposta diversa. Pedro Sánchez ha scelto un registro politico e istituzionale che in Europa si ascolta raramente: una condanna esplicita dell’azione militare e una rivendicazione dell’autonomia decisionale del proprio Paese.
Nel discorso pronunciato alla Moncloa il presidente del governo spagnolo ha ricostruito il precedente storico che pesa ancora sulla politica internazionale occidentale. «Ventitré anni fa un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente che doveva eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la sicurezza globale. In realtà produsse l’effetto opposto». Sánchez ha ricordato le conseguenze di quella guerra: «un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria e un aumento generalizzato dei prezzi dell’energia». Il messaggio è diretto. Gli interventi militari presentati come soluzione finiscono spesso per moltiplicare le crisi che dichiarano di voler risolvere.
La linea spagnola: diritto internazionale e interessi nazionali
Alla critica politica Sánchez ha affiancato atti concreti. Il governo spagnolo ha vietato alle forze armate statunitensil’utilizzo delle basi di Rota e Morón per operazioni collegate all’attacco contro l’Iran. Si tratta di infrastrutture strategiche per il transito militare americano nel Mediterraneo. La decisione ha un significato operativo preciso: impedire che il territorio spagnolo venga utilizzato in una guerra che Madrid considera illegittima sul piano del diritto internazionale.
La posizione spagnola si fonda su una distinzione che il premier ha ripetuto più volte: «Si può essere contrari al regime iraniano e allo stesso tempo rifiutare un intervento militare ingiustificabile». Nel suo intervento ha aggiunto un passaggio che risponde direttamente alle critiche arrivate da Washington: «Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza o credere che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership».
Sánchez ha collegato questa linea ai principi costituzionali e alla Carta delle Nazioni Unite, sostenendo che «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità». Il governo spagnolo ha poi chiesto apertamente a Stati Uniti, Israele e Iran di fermarsi prima di un’escalation regionale.
Il paradosso europeo del “sovranismo”
La crisi iraniana ha prodotto un paradosso politico dentro l’Unione europea. La parola “sovranismo” è stata monopolizzata negli ultimi anni dalle destre nazionaliste. Il comportamento dei governi racconta una storia diversa. Il leader che ha esercitato la sovranità nel senso più concreto del termine è il socialista spagnolo.
Sánchez ha deciso che la Spagna non parteciperà a un conflitto che considera contrario al diritto internazionale e potenzialmente dannoso per la sicurezza europea. La scelta protegge anche interessi materiali evidenti. Un conflitto esteso nel Golfo Persico minaccia direttamente l’economia europea attraverso i prezzi dell’energia e la sicurezza delle rotte commerciali.
La posizione italiana segue una traiettoria opposta. Roma ha reagito all’attacco con dichiarazioni prudenti che evitano una condanna dell’azione militare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ammesso in Parlamento che l’Italia ha scoperto l’operazione a fatto compiuto. Le basi statunitensi presenti sul territorio italiano sono state poste in stato di allerta per ragioni di sicurezza. L’episodio descrive un rapporto di dipendenza strategica che contrasta con la retorica dell’autonomia nazionale.
In questo quadro la risposta di Sánchez assume un valore politico più ampio. Il premier spagnolo ha difeso la legalità internazionale, ha rivendicato il diritto del proprio Paese di decidere come utilizzare il proprio territorio e ha trasformato la memoria dell’Iraq del 2003 in una lezione di politica estera.
Il risultato è un ribaltamento simbolico dentro l’Europa contemporanea. Il sovranismo gridato nei comizi resta una parola. Il sovranismo praticato nelle decisioni di governo oggi parla spagnolo.