Anche ieri Giorgia Meloni, chiamata a riferire in Parlamento su Iran e Consiglio europeo, non ha rinunciato ad attaccare i magistrati su un terreno a lei particolarmente caro: quello dell’immigrazione dopo il flop dei centri in Albania che il suo governo ha messo in piedi. Fallimento che la premier attribuisce proprio alle decisioni dei magistrati. In questi giorni di campagna referendaria sulla giustizia Meloni è tornata ad accusare i giudici di impedirle di governare, non consentendo la convalida del trattenimento in Albania nemmeno per immigrati accusati di stupro. Peccato che mentre pronunciava queste ennesime accuse la Corte d’Appello di Roma demolisse ancora una volta il protocollo Italia- Albania, mettendo in discussione la legittimità dell’intero impianto.
Le accuse di Meloni ai giudici
“Oggi l’Europa ci dice chiaramente, e nero su bianco, che il Governo italiano ha tutto il diritto a far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo. Anche se temo che per alcuni non basterà neanche questo, e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania”, ha affermato la presidente del Consiglio.
La premier ha citato “il recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo, e – è molto desolante doverlo raccontare – violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale. Decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso”.
La Corte d’Appello smonta il protocollo Italia-Albania
E ora la Corte d’Appello di Roma. ‘’Si deve osservare che la convalida richiesta del trattenimento operato non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia – Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e 17 novembre alla Corte di Giustizia dell’Unione europea’’, hanno scritto i giudici della Corte d’Appello di Roma nei provvedimenti depositati nelle scorse settimane con cui non sono stati convalidati i trattenimenti nel Cpr di Gjader in Albania per tre cittadini nordafricani richiedenti protezione internazionale sui quali gravava un decreto di espulsione e con condanne già scontate per varie accuse tra cui traffico di droga, violenza sessuale e resistenza a pubblico ufficiale.
Le motivazioni della non convalida dei trattenimenti di alcuni immigrati
‘’Ancora oggi permangono i dubbi già sollevati da questa Corte di Appello con decreto del 24 aprile 2025 e ribaditi poi da questa Corte di Appello il 19 maggio 2025, rispetto alla compatibilità con l’art. 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda”, è quanto si legge nei dispositivi. Inoltre, nei casi di “domande reiterate” di protezione internazionale da parte dei richiedenti, i giudici affermano che “non possono considerarsi integrati gli estremi delle eccezioni”.
‘’Dall’esame degli atti – scrivono i giudici – compreso il provvedimento di espulsione e dagli atti trasmessi dalla Questura, non risulta che vi sia stata una precedente domanda e che la stessa sia stata rigettata benché la procura abbia riferito il contrario in udienza senza però essere in grado di documentare quanto dedotto; che ad ogni modo non risulta che detto eventuale provvedimento sia stato notificato”.