La giornata era cominciata con le parole incendiarie di Alfredo Mantovano. “Lo strappo più significativo che oggi si sta realizzando è interno alla magistratura, perché sono centinaia i magistrati che si stanno esprimendo per il Sì, decine e decine anche pubblicamente e nei loro confronti è nato un ostracismo, una marginalizzazione all’interno del corpo della magistratura”, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Ma le sue parole sembrano quasi docili se paragonate a quelle pronunciate dopo da Giorgia Meloni alla kermesse di FdI per il sì al referendum della giustizia a Milano. La premier ha sferrato un attacco all’Associazione nazionale dei magistrati e ha sintetizzato in maniera violenta cosa accadrebbe se vincesse il No. Se la riforma sulla giustizia “non passa stavolta, molto probabilmente noi non avremo un’altra occasione. E allora ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza. Antagonisti che devastano le vostre stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria”.
E poi “milioni di euro risarciti per ingiusta detenzione o spesi per processi mediatici e inutili che vengono pagati con i proventi delle tasse. Figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco, quando nessuno dice o fa nulla di fronte alla realtà di bambini mandati a rubare o a fare accattonaggio…”.
L’attacco al sindacato delle toghe
A seguire l’attacco all’Anm. “Non devo ricordare quante volte in passato gli sforzi concreti per riformare la giustizia sono naufragati” a causa “dell’interdizione esercitata dall’Anm o da gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica”, ha detto la premier. “Dopo decenni di rinvii e tentativi mancati – ha aggiunto – abbiamo approvato una riforma storica che affronta i principali problemi alla base del malfunzionamento della giustizia. Il compito del potere legislativo è fare leggi per correggere le storture”.
Con la riforma della giustizia “non vedremo più casi di magistrati palesemente negligenti che non hanno risposto a nessuno” perché “se c’è qualcosa di più odioso di un sistema che non garantisce che un magistrato paghi per i propri errori è un sistema che chiude gli occhi e consente che” chi sbaglia “riceva valutazioni positive per fare carriera”, ha insistito ancora. Il prestigio della magistratura è stato “umiliato e compromesso dalle logiche corporative” secondo la premier.
La citazione di Spiderman
“Il fatto che la riforma sia sostenuta da moltissimi magistrati in servizio conferma che non è contro i magistrati, ma per tutti i magistrati” ha aggiunto Meloni. Poi ha citato nuovamente Spiderman: quello dei magistrati “è un potere enorme ed è l’unico a cui non corrisponde una adeguata responsabilità – ha aggiunto -, perché se un magistrato sbaglia, non subisce alcuna conseguenza, anzi spesso avanza di carriera”. Parole che pesano come pietre e a cui poi segue la precisazione che ha tanto il sapore di un’ipocrisia.
La sigla della kermesse di FdI per il Sì
“Non facciamo questa riforma perché ce l’abbiamo con qualcuno, qui nessuno ha in mente di liberarci della magistratura”, dice la leader di FdI, quasi a prendere le distanze dalla capo di gabinetto del Guardasigilli, Giusi Bartolozzi, che aveva invitato a “votare sì”, così “ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione”. Infine una nota di colore. Le voci che indicavano la canzone vincitrice di Sanremo “Per sempre sì” di Sal Da Vinci come sigla manifesto della campagna referendaria per il Sì erano state smentite dal diretto interessato e dai vertici di Fratelli d’Italia. Eppure la canzone è stato il jingle che è risuonato nelle sale del Teatro Parenti di Milano dove è andata in scena la kermesse di FdI.