A metà febbraio la pagina Facebook di Fidesz Budapest ha pubblicato un video generato con l’intelligenza artificiale: una bambina chiede alla madre quando tornerà il padre, lei risponde piangendo «presto», poi soldati al fronte e un prigioniero giustiziato. Dalle mani cade la foto della bambina. Lo slogan: «Non correre rischi! Fidesz è la scelta sicura».
Viktor Orbán non ha ritirato il video. Il voto del 12 aprile lo guarda con i brividi: per la prima volta in sedici anni i sondaggi non danno a Fidesz la maggioranza. Péter Magyar, ex insider del governo e fondatore di Tisza (Tisztelet és Szabadság, Rispetto e Libertà), è stabile al 51-55 per cento tra chi ha già deciso. Magyar ha riportato al centro della campagna quello che Orbán preferisce non sentirsi dire: sedici anni di governo hanno prodotto inflazione record, emigrazione giovanile, servizi allo sbando.
Il nemico che non c’è
Fidesz ha scelto la sola strada rimasta: terrorizzare. Un quarto degli ungheresi è convinto che una vittoria di Magyar porterebbe i figli a morire in Ucraina. Il governo ha accusato senza prove il servizio di sicurezza ucraino di collaborare con Tisza, ha citato fonti dell’intelligence russa per sostenere che Bruxelles finanzia l’opposizione, ha schierato carri armati davanti alle raffinerie per un piano di sabotaggio mai comunicato alla Nato. All’inizio di marzo le forze antiterrorismo hanno fermato un convoglio bancario regolare tra Raiffeisen Bank Austria e la banca statale ucraina Oschadbank, trasformato nella narrativa di Fidesz in uno «scandaloso convoglio ucraino»: milioni confiscati, sei dipendenti espulsi senza accuse.
Il manuale della paura
Tutto questo non è un’anomalia ungherese: è un manuale. La sociolinguista Ruth Wodak della Lancaster University ha dimostrato nel suo The Politics of Fear (2015) come la costruzione del capro espiatorio esterno sia la strategia retorica centrale di tutti i populismi di destra europei, da Orbán a Le Pen, e come la sua efficacia dipenda proprio dall’essere pre-razionale. Da Trump a Le Pen, da Abascal di Vox a Orbán: tutti hanno vinto costruendo scenari catastrofici sull’alternativa, mai proponendo un futuro. Il nome tecnico è «catastrophism» elettorale: richiede solo la paura, perché la paura è pre-razionale. Il Financial Times ha documentato un piano del Cremlino per inondare i social ungheresi di contenuti pro-Fidesz, mentre reti di profili fasulli gonfiavano i commenti sotto i post di Orbán. Chi ha dalla sua l’entusiasmo non ha bisogno di simularlo: con il 40 per cento di contenuti in meno Magyar ottiene risultati migliori del 30 per cento.
Anche in Italia
In Italia il meccanismo è identico. Giorgia Meloni si avvicina al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo con i sondaggi ribaltati: il No è al 52 per cento secondo Swg. Al Teatro Franco Parenti di Milano, il 12 marzo, la premier ha scelto la strada del terrore: votare No significa ritrovarsi con «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» e «figli strappati alle madri». Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, aveva già detto l’indicibile: bisogna votare Sì «così ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». In molti, tra i giornalisti e nell’opposizione, hanno ricordato che l’unico stupratore effettivamente liberato (dal governo) si chiama Osama Almasri, indagato dalla Corte Penale Internazionale e rimpatriato con un volo di Stato.
Si parla soltanto di ciò che accadrà se si perde, da Budapest a Roma, mai di ciò che si vuole costruire. Quando la paura smette di bastare arriva Magyar con i dati sull’inflazione, arriva il No che rimonta. Arriva la domanda a cui né Orbán né Meloni sanno rispondere: dov’era il programma? Sepolto, evidentemente, sotto un video di un’esecuzione e una lista di stupratori.