Riforma del Csm, il governo si ricorda che esiste l’opposizione sei giorni prima del referendum

Mantovano assicura: se vince il Sì saranno sentite tutte le parti nell'attuazione della riforma. Promessa già fatta, ma mai mantenuta

Riforma del Csm, il governo si ricorda che esiste l’opposizione sei giorni prima del referendum

Ieri mattina Alfredo Mantovano ha spiegato a Radio 24, con la serenità di chi non deve ricordare nulla, che la legge attuativa della riforma sulla magistratura, nel caso in cui vinca il sì al referendum, non la faranno da soli: chiederanno valutazioni e proposte a tutte le parti in causa, inclusi i rappresentanti della magistratura, e tutto sarà sottoposto al Parlamento e quindi alla Corte Costituzionale. Bella rassicurazione. Solo che questa è esattamente la promessa che il governo Meloni ripete da tre anni su ogni riforma che tocca le regole del gioco. E ogni volta che l’ha fatta, il testo era già blindato.

Il testo blindato come prassi

La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, approvata in Consiglio dei ministri il 29 maggio 2024, è arrivata in Parlamento con una caratteristica inedita nella storia repubblicana: non è cambiata di una virgola. Le opposizioni hanno presentato circa 1.300 emendamenti, tutti bocciati con il meccanismo del «canguro». La maggioranza non ne ha depositato nemmeno uno. Il testo uscito dal quarto passaggio parlamentare del 30 ottobre 2025 era identico a quello entrato.

Nordio aveva detto che il testo «non è blindato» e che modifiche erano possibili «purché concordate tra tutti i partiti della coalizione di governo»: le porte aperte, a condizione che non ci entrasse nessuno dell’opposizione. Il segretario generale dell’Associazione Nazionale Magistrati, Rocco Maruotti, ha dichiarato che l’Anm ha avanzato numerose proposte rimaste «inascoltate da un governo che ha preferito puntare tutto su una revisione degli equilibri costituzionali». Dialogo promesso, richieste ignorate, testo immutato.

Sul premierato la narrazione del confronto è durata più a lungo. A novembre 2023 Meloni ha dichiarato che «il testo raccoglie i suggerimenti raccolti durante il confronto sia con la maggioranza sia con l’opposizione» ed è «un provvedimento che non vogliamo imporre». A maggio 2024, con il ddl già in aula al Senato, ha organizzato alla Camera un convegno intitolato «La Costituzione di tutti. Dialogo sul premierato»: uno spot in forma di seminario accademico. La premier ha spiegato di aver rinunciato al semipresidenzialismo alla francese come «segnale di disponibilità al dialogo». Il dialogo consisteva nel rinunciare a un’opzione già scartata dalla stessa maggioranza. La riforma si è poi arenata senza mediazione reale e accantonata dopo la prima lettura al Senato.

Quando a smentire ci pensa la Consulta

Sull’autonomia differenziata le istituzioni terze hanno parlato prima, durante e dopo l’approvazione, venendo sistematicamente ignorate. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio aveva segnalato rischi strutturali nel giugno 2023. La Corte dei Conti aveva sollevato problemi di copertura nel maggio 2024. La Banca d’Italia aveva avvertito sui rischi per la coesione territoriale. Nessuna voce ha spostato il testo finale, approvato dalla Camera nella notte tra il 18 e il 19 giugno 2024 con 179 sì e 99 no. Il 14 novembre 2024 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima una parte sostanziale della legge: quella stessa Corte che Mantovano oggi indica come garanzia sufficiente per la futura legge attuativa.

Da ultimo, la legge elettorale. A dicembre 2025 dalla maggioranza avevano detto che «questo tipo di riforme si fanno insieme». A gennaio 2026 Meloni aveva confermato in conferenza stampa che «ci sono interlocuzioni con l’opposizione». Il 26 febbraio 2026 i gruppi di centrodestra hanno depositato la proposta ribattezzata «Stabilicum» senza che le opposizioni fossero state coinvolte nell’elaborazione. Il Pd ha accusato il governo di «cambiare le regole del gioco senza un vero dibattito con l’opposizione». Le interlocuzioni si erano esaurite nell’annuncio.

Il processo alle intenzioni di cui Mantovano accusa i magistrati è, di fatto, lo strumento con cui il governo risponde a chi osserva i fatti. Perché i fatti, in toto, raccontano un governo che ascolta eccome: ascolta sé stesso, approva i propri testi senza modifiche, e poi consegna alla Consulta il compito di riparare eventualmente i danni.