Tammun, Cisgiordania occupata, notte tra il 14 e il 15 marzo. Le forze israeliane aprono il fuoco su un’auto. Ali Khaled Bani Odeh, trentasette anni, la moglie Waad, trentacinque, e due dei quattro figli — Mohammad di cinque anni, Othman di sette — muoiono colpiti alla testa. Rientravano da Nablus coi vestiti per l’Eid al-Fitr.
Il comunicato congiunto dell’esercito e della polizia israeliani parla di un’auto che avrebbe accelerato verso le truppe: «minaccia immediata». Haaretz ricostruisce, citando testimoni di Tammun, che l’unità era entrata nel villaggio su un veicolo con targa palestinese. La Mezzaluna Rossa dichiara che i soccorritori sono stati bloccati; i corpi vengono recuperati solo in seguito. Le immagini mostrano il veicolo crivellato trainato.
Nella stessa giornata a Gaza, l’ospedale Al-Aqsa Martyrs di Nuseirat segnala dodici morti in due raid: quattro civili tra cui una donna incinta di gemelli, il marito e il figlio di dieci anni; e otto agenti incluso il colonnello Iyad Abu Yousef, capo della polizia del governatorato centrale. AP conferma. Israele tace.
«Minaccia» è la parola che classifica ogni vittima e regge l’assenza di conseguenze. Yesh Din documenta che su 2.427 denunce per condotte illecite tra il 2016 e il 2024, i procedimenti penali sono stati avviati in meno dell’uno per cento dei casi. B’Tselem scrive, il 15 marzo, che «non esiste meccanismo efficace per chiamare a rispondere i responsabili». L’OCHA registra diciotto palestinesi uccisi in Cisgiordania dall’inizio del 2026, otto dei quali da coloni israeliani.
Dall’ospedale di Tubas, Khaled Bani Odeh, dodici anni, racconta a Reuters e ad Al Jazeera come si è chiusa quella notte: i soldati lo hanno tirato fuori dall’auto e picchiato. Le parole che gli hanno rivolto: «Abbiamo ucciso dei cani.»