Legge elettorale, dopo il flop al referendum il centrodestra accelera: blitz in Commissione tra tensioni interne al centrodestra e il piano Quirinale di Meloni

Il No al referendum spacca la coalizione: Salvini tace, Tajani media, Delmastro traballa. E dietro la legge elettorale c'è già il 2029

Legge elettorale, dopo il flop al referendum il centrodestra accelera: blitz in Commissione tra tensioni interne al centrodestra e il piano Quirinale di Meloni

Il giorno dopo una sconfitta referendaria, il centrodestra ha una sola cosa da fare: spiegare che non era una sconfitta. E poi avviare l’iter della legge elettorale. La commissione Affari costituzionali della Camera ha fissato al 31 marzo l’incardinamento della riforma del sistema di voto. Il presidente Nazario Pagano (FI) ha comunicato la notizia ai cronisti. Federico Fornaro (Pd), uscendo dalla stessa riunione: «Neanche il tempo di metabolizzare la sconfitta che partono con la legge elettorale. Stesso sistema, stessa fine?».

La guerra delle colpe

Il 53,74% degli italiani ha bocciato la separazione delle carriere, il No ha vinto in 17 regioni su 20, l’affluenza ha sfiorato il 59%. La linea ufficiale è compatta: si va avanti. Sotto, il quadro è diverso.

Fabio Rampelli (FdI) ha detto che ha pesato «una paura mista a un sentimento anti-americano che ha attecchito tra i giovani» e che «il governo ha mantenuto una postura corretta, che non attrae le simpatie dei ragazzi». Poi, con una formula che è già una confessione: «Stavolta la sinistra è scesa dal piedistallo dell’armocromismo. Noi ci siamo saliti». La sconfitta dipende da Trump, dai giovani, dalla postura del governo. Da tutto tranne le scelte che hanno trasformato una riforma tecnica in una guerra contro le toghe.

Giorgio Mulè (FI) ha sparato in direzione degli alleati: le vicende Nordio-Bartolozzi-Delmastro sono state «orpelli a una campagna che ha deviato dal merito». Tradotto: la campagna l’ha sbagliata FdI. Paolo Zangrillo (FI) è stato diretto: «Forse l’errore è stato non semplificare abbastanza.» E ha aggiunto l’avvertimento per tutti i dossier a venire: «Ora sarà un Vietnam». Matteo Salvini ha aspettato ore prima di commentare, era a Budapest da Orbán; quando le sue tre righe sono arrivate, non citavano la riforma per nome. Questa sconfitta porta la firma soprattutto di Forza Italia, che la riforma l’ha voluta come eredità di Berlusconi. Ad Arcore, il comune dove il Cavaliere viveva, la bocciatura è arrivata per 47 voti.

La legge che divide la coalizione

E la legge elettorale? Il testo depositato il 26 febbraio prevede proporzionale con premio di 70 seggi alla Camera alla coalizione che supera il 40%, ballottaggio tra il 35 e il 40%, sbarramento al 3%, liste bloccate. È costruito per rendere ininfluente lo scenario che spaventa la maggioranza: un centrosinistra unito che nel 2027 ripeta quello che ha fatto nel referendum. Solo che le tensioni interne erano già vive prima del voto. Mulè ha ripetuto per tutta la mattina: «La legge elettorale deve essere condivisa, non si può fare a colpi di maggioranza». Il costituzionalista Stefano Ceccanti, che aveva votato Sì al referendum: «Credo che la legge elettorale possa essere considerata archiviata. Temendo di perdere le elezioni, la maggioranza non spingerà». Riccardo Magi (Più Europa) ha descritto l’accelerazione come «clima surreale» e annunciato «opposizione durissima». Francesco Boccia (Pd) ha chiesto il ritiro del testo: «Ora devono deporre la clava». Il leade M5S Giuseppe Conte l’ha chiamata «legge super-truffa».

Osvaldo Napoli (Azione) ha detto quello che nessuno nel centrodestra ha avuto il coraggio di enunciare: «Dal 23 marzo le carte al tavolo della politica non sono più nelle mani di Meloni, sono passate in quelle del presidente Mattarella. Meloni non può decidere di andare al voto, e neppure può più imporre una legge elettorale ritagliata sulle sue ambizioni».

Il mandato di Sergio Mattarella scade nel gennaio 2029 e il Parlamento che uscirà dalle politiche del 2027 dovrà eleggere il suo successore. Avere voce in capitolo su quella scelta significa vincere con numeri sufficienti: quei numeri dipendono da una legge che l’opposizione vuole bloccare e che la Corte Costituzionale, che ha già bocciato il Porcellum e l’Italicum, potrebbe ridimensionare. Il Vietnam annunciato comincia il 31 marzo, con i relatori ancora da nominare.