Trump assicura che i negoziati di pace con Teheran procedono spediti, ma intanto valuta di invadere l’Iran

Trump assicura che i negoziati di pace con Teheran procedono spediti, ma intanto valuta di invadere l’Iran

Trump assicura che i negoziati di pace con Teheran procedono spediti, ma intanto valuta di invadere l’Iran

Da un lato, Donald Trump conferma le trattative di pace con l’Iran, affermando che queste sarebbero “a buon punto”; dall’altro, la risposta gelida di Teheran nega l’esistenza di un negoziato vero e proprio e si limita a parlare di semplici interlocuzioni tra le parti. Dopo ventotto giorni di guerra, la diplomazia inizia a muovere timidi passi.

A confermare che qualcosa si stia smuovendo è il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, secondo cui i “negoziati indiretti fra Iran e Stati Uniti per mettere fine alla guerra sono già in corso” e vengono portati avanti grazie alla mediazione di Islamabad, dove potrebbe tenersi perfino un incontro tra le rispettive delegazioni. Insomma, una trattativa esiste, ma sembra evidente che non sia ancora arrivata alle battute finali e, anzi, appaia lunga e irta di ostacoli.

Trattativa in salita

Come spiegato dal Wall Street Journal, anche a fronte di ben pochi risultati – dato che il regime della Repubblica islamica dell’Iran è ancora saldo al comando – la sensazione è che il presidente americano stia accelerando il processo di pace.

Stando a quanto si legge sul quotidiano statunitense, che cita funzionari informati sul dossier mediorientale, il tycoon intende chiudere il conflitto prima del suo viaggio in Cina, previsto per metà maggio, dove incontrerà il presidente cinese Xi Jinping.

Il problema, almeno secondo quanto trapela, è che al momento nessuno può pronosticare quando finiranno le ostilità. E sicuramente Trump non sta facendo molto per abbassare la tensione con il regime guidato da Mojtaba Khamenei, visto che nelle sue ultime dichiarazioni ha detto tutto e il contrario di tutto.

A suo dire, infatti, “i negoziatori iraniani sono ‘strani’. Ci stanno ‘implorando’ di fare un accordo, cosa che dovrebbero fare dal momento che sono stati militarmente cancellati, con zero possibilità di ripresa; eppure sostengono pubblicamente che stanno solo ‘guardando la nostra proposta’”.

Per Trump, però, il tempo per decidere è poco ed “è meglio che facciano presto, prima che sia troppo tardi”, altrimenti succederà qualcosa “di molto brutto”. Il riferimento, neanche troppo velato, è a possibili operazioni di terra da parte delle forze armate americane, che potrebbero scattare in caso di eccessive lungaggini nei negoziati.

Peccato che da Teheran non sentano ragioni e, anche di fronte a minacce palesi, continuino a mostrare i muscoli, tanto da aver già rigettato la proposta americana in 15 punti, lanciando a loro volta una controproposta – in cui, tra le altre cose, figurano la richiesta di risarcimenti di guerra e lo smantellamento di tutte le basi americane in Medio Oriente – anch’essa bocciata dagli Usa.

Trump valuta operazioni di terra in Iran

Così, mentre procedono i timidi tentativi diplomatici, cresce di pari passo il rischio di escalation del conflitto. Gli Stati Uniti e l’Iran, infatti, continuano a prepararsi a una possibile nuova e ancor più cruenta fase di combattimento. A raccontare le manovre militari in fase di progettazione è Axios, secondo cui il Pentagono sta lavorando a diverse opzioni capaci di infliggere un “colpo finale” al regime degli ayatollah.

Il primo scenario prevede operazioni terrestri limitate, con “l’invasione dell’isola di Kharg, il principale hub di esportazione di petrolio dell’Iran, oppure dell’isola di Larak, fondamentale per il controllo dello stretto di Hormuz”. La seconda opzione, invece, contempla la cattura “dell’isola di Abu Musa e di due isole minori, che si trovano vicino all’ingresso occidentale dello Stretto” e che sono “contese tra Iran ed Emirati Arabi Uniti”. Il terzo scenario consiste in un blocco navale dell’Iran, “sequestrando le navi che stanno esportando petrolio iraniano verso i loro alleati”.

Esiste anche una quarta opzione, la più temuta e pericolosa, che prevede un’operazione delle forze speciali per recuperare il materiale nucleare arricchito che attualmente si troverebbe sotto le macerie di Isfahan.

Lo sanno bene a Teheran, dove, secondo quanto riporta la Cnn, sono iniziati i preparativi per fronteggiare un’eventuale – e a questo punto probabile – operazione di terra degli Usa. In particolare, l’Iran avrebbe già fortificato le difese dell’isola di Kharg, ritenuta il bersaglio più probabile, e, per non farsi mancare nulla, avrebbe anche piazzato mine nelle proprie acque territoriali.

Il Pentagono valuta di dirottare le forniture militari per Kiev sul fronte mediorientale

Quel che è certo è che l’opzione di inviare militari statunitensi in Iran, più volte smentita da Trump, si fa sempre più concreta e rischia di avere conseguenze anche altrove. A farne le spese potrebbe essere Volodymyr Zelensky, che potrebbe vedere ridursi le forniture di armi, come riportato dal Washington Post.

Secondo il quotidiano statunitense, il Pentagono starebbe valutando la possibilità di dirottare armi destinate a Kiev per impiegarle sul fronte mediorientale, al fine di far fronte alla crescente penuria di munizioni. Una notizia che ha gelato l’Ucraina, già in forte difficoltà nel contrastare l’invasione della Russia di Vladimir Putin, la cui capacità difensiva dipende proprio dalle forniture militari degli Usa.