L'Editoriale

Trump demolisce il diritto, Meloni plaude

Trump è un autocrate che opera dentro le forme della democrazia. Chi gli stringe la mano è un sostenitore. E la storia non dimentica

Trump demolisce il diritto, Meloni plaude

Il primo aprile Donald Trump si è seduto in prima fila alla Corte Suprema, presidente in carica che assiste a un’udienza su uno dei suoi stessi decreti. Prima volta nella storia. Un capo di Stato va a guardare in faccia i giudici mentre decidono se lui ha ragione. Può sembrare una curiosità protocollare. È invece la fotografia più precisa dell’epoca.

Da quando Trump ha insediato il secondo mandato opera su un principio semplice: il diritto è uno strumento, non un limite. Il Dipartimento di Giustizia è diventato il braccio armato della vendetta personale. Pam Bondi, Attorney General con il mandato esplicito di perseguire i nemici politici del presidente, è stata licenziata il ieri perché non ci è riuscita abbastanza. Al suo posto arriva Todd Blanche, già avvocato personale di Trump durante i procedimenti penali che lo riguardavano. Per il successore permanente circola Lee Zeldin, capo dell’Agenzia per la Protezione Ambientale, senza esperienza da procuratore. Il curriculum non conta. Conta la fedeltà.

Il diritto come campo di battaglia

Il 17 marzo la Commissione di Vigilanza della Camera ha emesso un’ingiunzione a Bondi per testimoniare sui file Epstein: la convocazione, fissata per il 14 aprile, resta valida anche dopo il licenziamento. Intanto i tribunali continuano a resistere. Un giudice federale ha stabilito che Trump non può punire emittenti pubbliche come la PBS perché non si allineano politicamente. Sul caso della cittadinanza per nascita, portato alla Corte Suprema dopo che un giudice di primo grado aveva definito il decreto di Trump “platealmente incostituzionale”, i giudici si sono mostrati scettici, conservatori inclusi. Il Chief Justice John Roberts ha liquidato l’argomentazione governativa come “stravagante”. La risposta di Trump su Truth Social è arrivata pochi minuti dopo: “Siamo l’unico Paese al mondo abbastanza stupido da ammettere la cittadinanza per nascita”.

Questo è il metodo. Qualcosa viene bloccato. Lui attacca i giudici. Nomina qualcuno di più compiacente. Ricomincia. Il meccanismo di erosione non si ferma.

L’ordine mondiale che non c’è più

Sul piano internazionale il meccanismo è identico. Trump ha minacciato di colpire l’Iran “molto duramente”, evocando l’idea di “riportarlo all’età della pietra”, per poi aprire a negoziati il giorno dopo. I mercati hanno risposto: petrolio su, borse giù. Gli alleati anche: sempre più diffidenti. Sulla Nato torna ciclicamente a minacciare l’uscita. Ogni volta che lo fa, l’Alleanza perde un pezzo di credibilità. In Europa si discute ormai apertamente di un futuro senza gli Stati Uniti. Quella prospettiva sarebbe il regalo più grande a Vladimir Putin.

Decisioni che cambiano ogni giorno. Minacce e ritrattazioni. Alleanze trattate come contratti a breve. Il diritto internazionale come opzione revocabile, non come vincolo. Le istituzioni sono costrette a inseguire un presidente che usa l’imprevedibilità come arma di governo.

Chi sceglie di stargli vicino

Giorgia Meloni ha scelto di essere la prima leader europea ricevuta alla Casa Bianca dopo l’avvio della guerra dei dazi, il 17 aprile 2025. Trump l’ha elogiata: «L’Italia può essere il miglior alleato degli Stati Uniti se Meloni resta premier». Lei ha offerto 10 miliardi di investimenti italiani negli Stati Uniti, ha promesso il 2% del Pil alla Nato. È tornata a Roma senza accordi formali ma con foto e parole calorose. Un contratto senza clausole scritte.

Trump è il più grande demolitore del diritto, americano e internazionale, che la scena politica occidentale abbia prodotto in questi anni. Un autocrate che opera dentro le forme della democrazia, il che lo rende più pericoloso di quelli che le hanno abolite. Chi gli stringe la mano sapendo tutto questo non è un mediatore. È un sostenitore. E la storia non dimentica.