Trump insiste: “L’Iran è distrutto, devono arrendersi”. Ma Teheran lo smentisce su tutta la linea, abbattendo un F-15 e scatenando sciami di droni contro mezzo Medio Oriente

Per Trump "l'Iran ha perso" e deve arrendersi. Ma Teheran non ci sta: abbattuto un F-35 degli Usa e sciami di droni contro mezzo Medio Oriente

Trump insiste: “L’Iran è distrutto, devono arrendersi”. Ma Teheran lo smentisce su tutta la linea, abbattendo un F-15 e scatenando sciami di droni contro mezzo Medio Oriente

Doveva durare quattro giorni, al massimo una settimana, e invece la guerra di Donald Trump e Benjamin Netanyahu contro il regime iraniano della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, va avanti da trentasei giorni. Un conflitto che sta avendo ripercussioni globali, con una crisi petrolifera senza precedenti, causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran, che il presidente degli Stati Uniti promette di poter risolvere “in altre due o tre settimane”. Del resto, come ha ribadito anche ieri, “sono stati distrutti” e per loro “è il momento di fare un accordo di pace prima che sia troppo tardi e non rimanga più nulla di quello che potrebbe diventare un grande Paese”. Insomma, quella di Trump può sembrare una nuova apertura a una soluzione diplomatica, che da giorni definisce “a un passo, perché hanno accettato quasi ogni nostra condizione”.

Tuttavia, questa versione è puntualmente smentita da Teheran, che nega perfino l’esistenza di una trattativa e parla di semplici interlocuzioni. In realtà, non si tratta di una vera apertura. Lo stesso presidente americano, infatti, subito dopo ha rivendicato – esprimendo “grande gioia” – la distruzione del più grande ponte stradale iraniano, utilizzato per il trasporto dei missili della Repubblica islamica. A suo dire, la devastazione di questo importante collegamento è solo l’inizio: “seguirà molto altro”, fino a promettere che del Paese “non rimarrà presto nulla”, perché “il nostro esercito, che è il più grande e potente (di gran lunga!) del mondo, dopo i ponti colpirà le centrali elettriche”.

Trump alla frutta

Spacconate – perché di questo si tratta – che, secondo Trump, dovrebbero piegare Teheran, ma che al contrario sembrano soltanto gettare benzina sul fuoco. Come scrive su X il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, “colpire le strutture civili, compresi i ponti incompiuti, non costringerà gli iraniani alla resa. Si limita a comunicare la sconfitta e il crollo morale di un nemico allo sbando. Ogni ponte e ogni edificio verrà ricostruito più forte di prima. Quello che non si riprenderà mai è il danno alla reputazione americana”. Ancora più diretto il portavoce dell’esercito, Ebrahim Zolfaghari, che ha avvertito gli Stati Uniti: “Se continuerete a minacciare attacchi contro le centrali elettriche iraniane, prenderemo di mira le infrastrutture energetiche regionali e le società di telecomunicazioni e informatica con azionisti americani”.

Il problema, come segnala il Financial Times, è che l’amministrazione americana sarebbe in difficoltà e starebbe cercando di sganciarsi da un conflitto che si sta rivelando un fallimento. Del resto, è evidente che Washington finora non ha conseguito risultati decisivi: il regime iraniano è ancora saldo al potere e le sue capacità militari, pur indebolite, non sono affatto “distrutte”. Questo aspetto è stato evidenziato anche da un servizio della CNN, che sta creando imbarazzo alla Casa Bianca perché smentisce la narrativa del presidente. Secondo l’emittente, che cita fonti dell’intelligence statunitense rimaste anonime, circa la metà dei lanciamissili iraniani sarebbe ancora operativa e migliaia di droni d’attacco resterebbero nell’arsenale del Paese. La cosa più preoccupante è che i Pasdaran “sono ancora pronti a scatenare il caos più totale nella regione”.

Iran e Usa si scambiano missili

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un’esagerazione, ma a confermare questo scenario sono gli sviluppi sul campo. Negli ultimi raid di Stati Uniti e Israele, che hanno colpito gran parte dell’Iran – in particolare Teheran -, ha fatto rumore l’abbattimento di un caccia F-15E statunitense impegnato in operazioni di attacco. Il velivolo sarebbe precipitato e uno dei due piloti sarebbe stato tratto in salvo dai militari statunitensi. In risposta, l’Iran ha lanciato missili balistici e da crociera, oltre a droni kamikaze, contro obiettivi militari e infrastrutture statunitensi e israeliane nei Paesi del Golfo Persico.

Tra questi, basi negli Emirati Arabi Uniti e la base di Ali Al Salem, in Kuwait, dove sono dislocate unità di droni MQ-1 statunitensi. La rappresaglia avrebbe preso di mira – senza causare danni – anche il gruppo d’attacco della portaerei statunitense Abraham Lincoln, nell’Oceano Indiano settentrionale. Attacchi iraniani hanno colpito anche Israele, in particolare Gerusalemme, riuscendo in alcuni casi a superare il sistema difensivo, messo a dura prova da oltre un mese di attacchi quotidiani. A confermare le difficoltà è il ministero della Salute israeliano: 148 persone sono rimaste ferite nelle ultime 24 ore e, dall’inizio del conflitto, 6.594 sono state ricoverate in ospedale. Di fronte allo stallo diplomatico e ai risultati limitati sul piano militare, la sensazione è che la strada verso la pace sia ancora lunga.