Global Sumud Flotilla si rimette in rotta, mille attivisti verso Gaza per rompere il blocco navale israeliano

Flotilla, il 12 aprile oltre cento imbarcazioni verso Gaza. Dall'Italia 78 barche già in rotta. Delia: se c'è la pace, il blocco è illegale

Global Sumud Flotilla si rimette in rotta, mille attivisti verso Gaza per rompere il blocco navale israeliano

Settecento morti dopo la pace. Il numero brucia più di qualunque titolo: dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, quello che il presidente Donald Trump ha ribattezzato “Board of Peace” e che i governi occidentali hanno salutato come una svolta, a Gaza sono morti almeno 702 palestinesi. I bombardamenti sulle tendopoli non si sono mai fermati del tutto. Il totale dal 7 ottobre 2023 ha raggiunto 72.278 vittime. È in questo paesaggio che il 12 aprile la Global Sumud Flotilla salperà da Barcellona con oltre mille persone a bordo, su più di cento imbarcazioni, rotta Gaza.

La logica è di una semplicità quasi imbarazzante. La espone Maria Elena Delia, insegnante torinese di matematica e fisica, portavoce italiana del Global Movement to Gaza: «Anche questa volta porteremo aiuti e puntiamo ad aprire un corridoio umanitario permanente. Se c’è la pace, allora non dovrebbe esserci un blocco navale e noi dovremmo poter arrivare serenamente. Se invece Gaza è ancora occupata illegalmente e c’è ancora un blocco, allora noi viaggiamo nuovamente per cercare di romperlo». Il sillogismo costringe Israele a scegliere quale versione di sé stesso mostrare al mondo. La risposta, finora, è sempre stata la stessa.

Da Barcellona alla Sicilia: la flotta più grande della storia civile

Questa edizione è più larga e più decisa delle precedenti. Le sigle che in passato avevano operato separatamente, dalla Freedom Flotilla Coalition a Thousand Madleens to Gaza, dal Sumud Convoy al Sumud Maghreb, navigano ora sotto un’unica egida. Accanto alle barche a vela ci sono la nave di Open Arms e la rompighiaccio Arctic Sunrise di Greenpeace, che fornirà supporto tecnico. Sul fronte terrestre, un convoglio di circa 300 mezzi partirà dalla Mauritaniaintorno al 20 aprile.

A bordo non ci sono solo attivisti. Ci sono medici, infermieri, psicologi, educatori, ingegneri. Delia è diretta: «Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione, vogliamo dare una mano». Nella realtà che Emergency documenta, gli aiuti entrano a singhiozzo, il 90 per cento degli edifici della Striscia è distrutto o inagibile, i camion autorizzati a scaricare ai valichi sono appena il 59 per cento di quelli che si presentano. La ricostruzione esiste nei comunicati del Board of Peace. Nelle tende degli sfollati, assai meno.

I porti italiani si svuotano

Da settimane i porti italiani si stanno svuotando. Le prime imbarcazioni sono salpate il 22 marzo da Livorno e Ancona. Il 29 marzo è toccato a Civitavecchia e Napoli, dove centinaia di persone hanno accolto la nave “Bianca” con un corteo lungo il lungomare. Il 7 aprile da Bari è partita un’altra barca, dopo una maratona di solidarietà di tredici ore sulla spiaggia di Pane e Pomodoro. Allo stato attuale 78 imbarcazioni sono già in rotta verso la Sicilia, dove tra il 20 e il 25 aprile avverrà il ricongiungimento con le navi da Spagna, Francia, Grecia e Turchia.

Gli ostacoli si moltiplicano. La rotta tunisina, indispensabile nell’edizione del 2025, è ora impraticabile: sette attivisti di Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti dentro la coalizione leggono come un attacco politico. Poi c’è la variabile militare: l’anno scorso le forze israeliane abbordarono la flottiglia a 70 miglia dalla costa, arrestarono i partecipanti e li deportarono in Israele dopo aver danneggiato comunicazioni e segnali di soccorso. In acque internazionali. Con le marine di paesi alleati che guardavano.

Delia sa che potrebbe accadere di nuovo. Sa anche che dall’ottobre scorso il Board of Peace ha prodotto soprattutto comunicati. Intanto le barche partono. Una a una, verso una Striscia che la pace non ha ancora raggiunto.