Il tetto era pesante. Giorgia Meloni lo disse esattamente così, il 25 ottobre 2022, rivolgendosi alla Camera per chiedere la fiducia al suo governo: bisognava «rompere il pesante tetto di cristallo posto sulle nostre teste». La prima presidente del Consiglio della storia repubblicana, il discorso di investitura, il momento storico. Il problema è che dopo un momento storico viene la storia, e la storia ha il vizio di misurarsi con i fatti.
Le nomine del governo Meloni che fotografano tutto
A metà aprile 2026 il governo ha rinnovato i vertici di Enel, Enav, Eni e Leonardo: sette uomini e una donna. Un rapporto coerente con i dati generali: secondo i calcoli di Pagella Politica, su 73 persone tra presidenti e amministratori delegati delle società a partecipazione statale, 65 sono uomini e 8 sono donne, meno dell’11 per cento. In 32 aziende su 39 non c’è nemmeno una donna ai vertici. Il dato colpisce perché nelle partecipate lo Stato non segue un mercato libero: sceglie direttamente. Il governo presieduto dalla prima donna nella storia della Repubblica sceglie quasi sempre un uomo.
Il governo più femminile della storia che non lo è
Al momento della formazione, nell’ottobre 2022, il governo Meloni contava 6 ministre su 24 ministeri: il 25 per cento. Meno del governo Draghi (34,8 per cento), meno del secondo governo Conte (34,9 per cento), meno di tutti gli ultimi esecutivi. Secondo Pagella Politica, era dal governo Monti del 2011 che un esecutivo non scendeva così in basso. Poi è andata peggio: dopo le dimissioni di Daniela Santanchè, le ministre sono diventate cinque su ventiquattro. Il 20,8 per cento.
Il minimo storico degli ultimi sette governi. Le cinque rimaste guidano i ministeri della Famiglia, della Disabilità, del Lavoro, dell’Università, delle Riforme istituzionali. I ministeri economici, quelli della sicurezza, quello degli esteri: tutti al maschile. Nelle regioni, su venti presidenti, le donne sono due, Alessandra Todde in Sardegna e Stefania Proietti in Umbria, entrambe elette con il centrosinistra, cioè fuori dalla maggioranza che avrebbe rotto il tetto.
Il lavoro che non cambia
Il mercato del lavoro continua a fotografare una struttura immobile. Secondo il Rendiconto di genere dell’Inps del febbraio 2026, nel 2024 il tasso di occupazione femminile si è fermato al 53,3 per cento, contro il 71,1 per cento degli uomini: quasi diciotto punti di distanza, quasi il doppio della media europea. Le donne sono il 67,2 per cento dei lavoratori a tempo parziale, in larga parte involontario. Il divario retributivo complessivo supera i 25 punti percentuali. Solo il 21,8 per cento dei ruoli dirigenziali è occupato da una donna. Nel 2025, una madre su cinque ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio Elle Active! con l’Università Cattolica di Milano.
Quello che è stato tagliato
C’è un capitolo che riguarda non l’assenza di politiche ma la loro riduzione deliberata. Secondo il report dell’organizzazione indipendente ActionAid, il governo Meloni ha tagliato del 70 per cento i fondi per la prevenzione della violenza di genere rispetto all’esecutivo precedente: dai 17 milioni stanziati dal governo Draghi per il 2022 a 5 milioni per il 2023. Il taglio ha colpito soprattutto la prevenzione primaria: educazione, sensibilizzazione, intervento prima che la violenza avvenga. Già storicamente la voce più sacrificata. Il governo ha contestato questa lettura. I dati di ActionAid restano.
Il tetto di cristallo che Meloni disse di aver rotto nel 2022 aveva un valore simbolico che sarebbe sciocco negare. Solo che un simbolo non è una politica. Nei ministeri e nelle partecipate le donne comandano in meno di un caso su dieci. Nei salari perdono oltre 25 punti percentuali. Il tetto è ancora lì.