Il “2 di picche” di Tommaso Cerno ormai non è più il nome della striscia di approfondimento politico di Rai 2, ideato e condotto da Marzo dal direttore de Il Giornale, ma si riferisce a ciò che il pubblico pagante canone gli ha riservato, con uno share che meriterebbe un’indagine statistica a parte.
Forte del traino di “Medicina 33” al 6,26% e auspicando un trattamento di favore per Milo Infante e il suo “Ore 14” che lo segue con punte di 7,50%, lo show di Tommaso Cerno, da undici minuti e 5,26% di share al suo esordio, segna una frattura idiosincratica all’interno del palinsesto Rai, i cui telespettatori sembrerebbero non empatizzare con l’ex parlamentare Pd, ora meloniano di ferro: un curriculum esagerato come certi voli pindarici ma, per citare il direttore del Tg2 Antonio Preziosi, “ogni contributo al pluralismo e all’informazione costituisce un arricchimento per il servizio pubblico e per chi ascolta da casa”.
Peccato che chi ascolta da casa rappresenti un tale picco di minimo storico per la tv di Stato da non giustificare per Usigrai l’impiego di risorse esterne come Cerno, che è egli stesso parte del danno col suo programma da 11mila euro a puntata, dei quali 3mila di cachet personale.
Tale munificenza della Rai si traduce persino nella beneficenza di consentirgli un certo sfoggio di dialettica contro il politicamente corretto.
Come quando in diretta nazionale chiede, con un’ars retorica da far impallidire Cicerone, se “Finocchio si può dire?”, cavalcando la polemica delle elezioni comunali a Voghera, dove il candidato sindaco Marcello Bergonzi Perrone, gay dichiarato, si è sentito deridere dall’Udc con manifesti elettorali che invitavano la popolazione a “Non farti infinocchiare”.
Al di là del livello infimo dello scambio politico, il tentativo deteriore di Cerno di sdoganare un termine omofobo tra i più retrogradi, ha riaperto un dibattito archiviato sull’uso di una terminologia discriminatoria e del suo impatto psicologico.
Verrebbe da chiedersi cosa sia rimasto del Tommaso Cerno che nel 2014 era direttore progressista de L’Espresso, che esibiva la propria vita pubblica e privata come un gagliardetto, a discapito di attacchi omofobi anche più livorosi, contro i quali rivendicava, per i giovani senza protezione, una “legge efficace […] in cui la difesa dall’omofobia arriva dalle istituzioni” e che ringraziava la rete di salvataggio di colleghi e amici al grido di “siamo tutti con te”: non più di sinistra, ma sinistro sì.