Trentasette audio in WhatsApp, Signal e Telegram. Una voce identificata come quella di Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras condannato a quarantacinque anni di carcere a New York per aver coperto il transito di oltre quattrocento tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti, racconta come è stato liberato. “Il denaro della grazia è uscito da una giunta di rabbini e da gente che appoggiava Israele”. E ancora: “Il primo ministro di Israele ci darà sostegno. Hanno avuto tutto a che fare con la mia uscita”. Data: 20 gennaio 2026.
Si chiama Hondurasgate. Inchiesta firmata da Valeria Duarte, pubblicata dal portale hondurasgate.ch insieme a Canal Red e Diario Red, la testata diretta da Pablo Iglesias. I file sono passati per la perizia forense del software Phonexia Voice Inspector, che attribuisce alla voce una probabilità di sintesi del sei per cento. El País, Middle East Eye, Democracy Now, Washington Monthly, Afp, Efe: copertura ampia. In Italia se ne sono accorti il Fatto Quotidiano e Inside Over.
Cosa raccontano gli audio
Donald Trump grazia Hernández il primo dicembre 2025, due giorni dopo le elezioni vinte con il quaranta per cento dei voti da Nasry Asfura, candidato del Partito Nazionale. Trump in campagna elettorale lo aveva sostenuto pubblicamente, minacciando di tagliare gli aiuti a Tegucigalpa in caso di vittoria della candidata di sinistra Rixi Moncada.
Negli audio Hernández parla con Asfura, con la vicepresidente María Antonieta Mejía, con il presidente del Parlamento Tomás Zambrano. Chiede centocinquantamila dollari per affittare un appartamento negli Usa dove ospitare una “unità di giornalismo digitale” pensata per colpire Gustavo Petro in Colombia e Claudia Sheinbaum in Messico.
Dice di aver parlato con Javier Milei, che avrebbe stanziato trecentocinquantamila dollari. Si discute di basi militari, di espansione delle Zone economiche speciali, di una legge per gli investimenti Usa-Israele in intelligenza artificiale. Sugli oppositori interni: “Se bisogna ammazzare gente per stare tranquilli, si farà.”
Il silenzio italiano
Bill Scher, su Washington Monthly, scrive che l’Hondurasgate, se autentico, è peggio del Watergate e dell’Iran-Contras messi insieme: un presidente Usa che grazia un narcotrafficante per rimetterlo al potere e usare il suo Paese come piattaforma contro due democrazie vicine. Duarte, all’Afp, parla di “una rete di corruzione” sviluppata da Washington e Tel Aviv per fare di Hernández “un operatore per posizionare la propria ingerenza nella regione”. Il consorzio Reactionary International collega l’operazione al budget hasbara israeliano del 2026, settecentotrenta milioni di dollari, e a Brad Parscale, ex stratega di Trump il cui studio Numen ha consigliato la campagna di Asfura.
Iglesias tiene il punto sul verificabile: la voce di Hernández è autenticata, il pagamento di Milei è ciò che Hernández stesso dichiara nell’audio, il resto è circostanza. Cautela utile. Eppure i giornali italiani che si esercitano ogni giorno su Maduro narcotrafficante e Putin capomafia, su questa storia tacciono. La grazia di Trump a un narcotrafficante condannato è fatto giudiziario. L’autopsia forense degli audio è pubblica. La replica di Hernández, “non è la mia voce”, è quella di un condannato che da Manhattan firma la propria condanna. Asfura tace dall’inizio.
Sostanzialmente, Hondurasgate dimostra che l’asse fra Trump e Netanyahu è un metodo prima ancora che una variabile mediorientale. La rete è la stessa delle inchieste su Gaza, sulle Zedes come laboratori di sovranità ceduta, sulle campagne digitali contro chi prova a votare a sinistra in America Latina. In Italia se ne tace perché parlarne significa nominare i protagonisti, e i protagonisti sono nostri alleati. Si scrive di narco-Stati solo quando il narco-Stato è scomodo. Quando è amico, è partner strategico.