Stesso padre, stessa casa, sette anni di residenza a Trento. Due figlie italiane, quattro figli stranieri. La differenza: chi era nato in un appartamento di Trento e chi in Siria, prima dei corridoi umanitari del gennaio 2018. È il paradosso che il Comune di Trento ha imposto a una famiglia siriana applicando le circolari del Ministero dell’Interno e che il Tribunale ha fatto a pezzi con la sentenza del 6 maggio 2026.
La storia è quella di un rifugiato arrivato con moglie e quattro figli, naturalizzato dopo cinque anni di residenza, che muore prima di vedere riconosciuta la cittadinanza ai suoi ragazzi. Il decreto presidenziale di concessione è del 24 marzo 2025. Il giuramento, fissato dal Comune per ragioni organizzative, si svolge il 5 giugno: dodici giorni dopo l’entrata in vigore della legge 74/2025, la conversione del decreto Tajani.
In quei dodici giorni cade tutto. Le due gemelline nate in Italia nel 2023 diventano italiane il giorno del giuramento del padre. Gli altri quattro, nati in Siria e residenti a Trento dal 2018, no. Il Comune segue le circolari ministeriali n. 26185 e 36356 del 2025, che applicano l’articolo 3-bis anche alle naturalizzazioni: serve che il genitore abbia risieduto in Italia per due anni dopo l’acquisto della cittadinanza e prima della nascita del figlio. Per chi è arrivato già con i figli, condizione che la cronologia rende impossibile per definizione.
Cittadinanza, Il bersaglio sbagliato
L’articolo 3-bis nasce per altro. Lo dice senza ambiguità la Corte Costituzionale con la sentenza n. 63 del 30 aprile 2026, depositata sei giorni prima della pronuncia di Trento ed espressamente richiamata: la norma serve a disinnescare il fenomeno degli italo-discendenti con cittadinanza italiana “virtuale, in quanto non accertata, attivabile senza limiti di tempo”. Una norma correttiva, dice la Consulta, pensata per chiudere un canale aperto dalle emigrazioni di massa di fine Ottocento.
Il giudice di Trento prende la Consulta in parola: se l’art. 3-bis regola la trasmissione per filiazione, resta fuori dalla naturalizzazione, che si compie nel presente dopo anni di residenza documentata. Applicarla comunque produce “risultati aberranti”: svuota l’art. 14, abrogandolo di fatto proprio mentre il legislatore lo riscriveva per rafforzarlo.
Cosa pesa, politicamente
Il decreto Tajani è stato presentato come operazione contro la “commercializzazione” dei passaporti italiani e i 60 milioni di italo-discendenti latenti. Lo strumento però è stato scritto con larghezza, e il Ministero dell’Interno lo ha esteso via circolare a una platea estranea: i figli di chi era già qui, di chi qui aveva ottenuto lo status di rifugiato e maturato i requisiti per diventare italiano.
L’effetto pratico, in nove mesi, è stato il blocco di migliaia di pratiche. Famiglie radicate, figli scolarizzati in italiano, genitori naturalizzati a cui veniva detto: aspetta altri due anni, oppure rifai tutto da capo. Una stretta che il governo non aveva annunciato in conferenza stampa, perché annunciarla avrebbe significato confessare che il pacchetto cittadinanza colpiva i siriani di Trento mentre simulava di inseguire i furbi di Buenos Aires.
Il giudice Benedetto Sieff scrive una sentenza tecnica di dieci pagine, riproducibile in ogni tribunale italiano: l’art. 3-bis fa quello per cui è stato scritto, e basta. Tutto il resto è interpretazione amministrativa che gonfia un perimetro per scoraggiare richieste legittime, prassi che la magistratura ora sbugiarda usando come grimaldello la sentenza con cui la Consulta aveva salvato il decreto.
Stessa famiglia, cittadinanze diverse, dicevano i moduli del Comune. Il padre è morto a marzo, ad attendere. Il Tribunale precisa che il decesso non incide: i suoi quattro figli erano diventati italiani nel momento esatto in cui lui aveva alzato la mano.