Donald Trump è arrivato a Pechino per mostrare al mondo di essere ancora l’uomo capace di parlare a tutti, anche con il rivale strategico più temuto dagli Stati Uniti. Ma le cose non sono andate esattamente come ha immaginato il presidente Usa. Secondo diversi analisti, il tycoon non ha dominato la scena: l’ha subita. Xi Jinping, al contrario, ha usato il vertice per presentarsi all’America e al mondo come un leader stabile, solido, paziente, in contrapposizione a un inquilino della Casa Bianca imprevedibile e bisognoso di una vittoria da rivendere in patria.
Su Taiwan si rischia il conflitto: i paletti di Pechino a Washington
La Cina ha costruito attorno alla visita una scenografia imperiale: accoglienza solenne, cerimoniale studiato nei piccoli dettagli. Trump si è lasciato sedurre dal trattamento ricevuto. Ha sorriso, ha stretto la mano a Xi, si è chinato per dargli una pacca sul braccio, ha parlato di amicizia e ha riempito il presidente cinese di complimenti. Ma proprio in quella rappresentazione si è vista la sproporzione politica tra i due leader. Pechino ha lusingato Trump, ma la regia dell’incontro è rimasta saldamente nelle mani di Xi.
I paletti di Pechino
Il presidente cinese ha riconosciuto la centralità del rapporto con gli Usa, ma ha fissato subito i suoi paletti. Il primo riguarda Taiwan, indicata come il nodo maggiormente delicato delle relazioni tra i due Paesi. Il messaggio è stato netto: la cooperazione è possibile, perfino auspicabile, ma solo se gli Stati Uniti non oltrepassano i paletti posti da Pechino. Nessun arretramento, nessuna concessione sostanziale, nessuna ambiguità sul dossier che la Cina considera vitale.
La vittoria di Pirro
Anche sull’Iran Trump ha provato a rivendere il vertice come un successo personale. Ha raccontato che Xi avrebbe offerto aiuto per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz e avrebbe assicurato di non voler fornire equipaggiamento militare a Teheran. E i due si sarebbero trovati d’accordo sul fatto che l’Iran non debba avere l’atomica. Ma più che una vittoria americana, sembra una convergenza di convenienza. La Cina ha tutto l’interesse a evitare il caos energetico nel Golfo, perché da quelle rotte dipende una parte decisiva dei suoi approvvigionamenti. Questo però non significa affatto che Pechino voglia rompere con l’Iran.
L’Iran spiana il transito delle navi cinesi a Hormuz
Peraltro, con la definizione di nuovi protocolli, Teheran ha deciso di spianare il transito delle navi cinesi a Hormuz. La coreografia cinese non parlava solo a Trump e ai manager americani che lo accompagnavano, ma anche agli Stati Uniti, all’Asia e all’Europa. Ed è qui che il vertice diventa una pessima notizia per il Vecchio Continente.
L’Europa rimane schiacciata
Bruxelles rischia di restare fuori dalla stanza in cui si decide il futuro del mondo. L’Unione europea parla di autonomia strategica, ma continua a dipendere dagli Stati Uniti per la sicurezza e dalla Cina per pezzi fondamentali della propria economia. Il segnale più inquietante arriva dal fianco orientale della Nato. A sorpresa il Pentagono ha richiamato una brigata di circa 4.000 soldati destinati alla Polonia e ad altre aree dell’Europa orientale.
Non si può affermare come fatto provato che sia la vendetta personale di Trump contro l’Europa per il mancato sostegno alla sua guerra contro l’Iran. Ma la lettura politica è evidente: l’ombrello Usa non è più automatico. Se gli alleati non seguono Washington, Trump è pronto a rimettere in discussione presenze militari, garanzie e rapporti dentro la Nato. Così l’Europa rischia di pagare due volte.
Da una parte subisce la pressione americana a spendere di più per la difesa. Dall’altra vede gli Stati Uniti ridurre la propria esposizione militare proprio mentre la Cina rafforza il suo potere contrattuale e la Russia si rafforza.
Intanto a Roma si delibera sulle missioni
Intanto in Italia il Consiglio dei ministri ha deliberato la prosecuzione delle missioni internazionali e delle iniziative di cooperazione allo sviluppo e l’avvio di nuove missioni internazionali per il 2026. Tra queste ci potrebbe essere anche quella per lo Stretto di Hormuz che necessiterebbe di un voto parlamentare, come ha specificato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.