Colpevole e condanna a otto mesi confermata anche in appello. È la sentenza che ieri si è abbattuta su un ex potente del governo meloni, l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, nel processo che lo vedeva imputato per rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito della vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito.
Nemmeno i giudici della terza Corte d’Appello di Roma, come quelli di primo grado, del resto, hanno accolto la richiesta della Procura generale che, per l’esponente di Fratelli d’Italia, aveva sollecitato l’assoluzione con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
“Faremo ricorso in Cassazione”
Un fulmine a ciel sereno per Delmastro, tanto che l’esponente meloniano ha lasciato la Corte d’Appello senza fare dichiarazioni, tranne un “Sicuramente faremo ricorso in Cassazione”. Poco dopo, in una nota ha affermato di “non condividere la decisione. Non ho intenzione di fermarmi qui – ha aggiunto -. Con quattro richieste assolutorie, nella certezza di riuscire finalmente a dimostrare la correttezza del mio operato, senza se e senza ma”.
La rivelazione incriminata
Al centro del procedimento ci sono alcune dichiarazioni fatte in Parlamento dal vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli, nel febbraio di tre anni fa.
Ma quanto riferito dall’oramai ex sottosegretario a Donzelli faceva parte di un’informativa proveniente dall’amministrazione penitenziaria, su cui era apposta la dicitura “a limitata divulgazione”.
Nella requisitoria il sostituto procuratore generale, Tonino Di Bona, nel motivare la richiesta di assoluzione ha affermato che “non vi era certezza sulla segretezza” degli atti diffusi, su cui “c’era limitata divulgazione ma nessuno ne aveva segnalata la riservatezza”.
Ricostruzione bocciata e condanna
Una ricostruzione già bocciata dai giudici di primo grado che, nelle motivazioni della sentenza, hanno scritto che “la comunicazione di tali notizie” ha “comportato un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità” e che Delmastro “non può essere ritenuto tanto leggero e superficiale, come per certi versi vorrebbero difesa e procura, da non aver considerato e non essersi reso conto della valenza e delicatezza, e in definitiva della segretezza, di quelle informazioni”.