Giorgia Meloni ha scritto una lettera a Ursula von der Leyen in cui chiede di estendere la deroga al Patto di stabilità anche alle spese per l’energia, oltre che a quelle militari. Dopo aver sottoscritto gli impegni Nato, il piano di riarmo europeo e il Patto di stabilità, ora si rende conto che lo shopping militare non è una priorità. Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, che ne pensa?
“Giorgia Meloni paga le conseguenze delle sue scelte. Noi l’avevamo avvisata che firmare la nuova versione del Patto di Stabilità sarebbe stato una camicia di forza per l’Italia. E adesso tutti i nodi vengono al pettine. Le nuove regole non prevedono deroghe per spese che non siano militari, abbiamo avuto l’occasione storica di riformarle e spingere per politiche espansive e invece abbiamo sprecato tutto. Adesso siamo nel vicolo cieco in cui imprese e cittadini pagano il costo dell’energia più alto d’Europa”.
La Commissione Ue e la Bce hanno frenato sulla richiesta dell’Italia.
“La Commissione europea prepara l’ennesima fregatura per Giorgia Meloni. L’ipotesi su cui sta lavorando Berlaymont per accontentare il governo italiano è quella di usare i fondi di coesione o quelli del PNRR per alleviare i costi dell’energia, altissimi a causa del blocco di Hormuz. Ma è un gioco delle tre carte perché non si tratta di risorse nuove o aggiuntive, ma di fondi che già spettano all’Italia e che non siamo riusciti a spendere proprio per incompetenza del governo italiano. Questo contentino non cambierebbe le cose soprattutto se i prezzi dell’energia dovessero restare alti a causa delle tensioni in Medio Oriente”.
Meloni oggi tuona contro l’Europa matrigna, ma è lei a partecipare al Consiglio europeo da quasi quattro anni e ad avere Raffaele Fitto come vicepresidente della Commissione europea. Non le sembra un controsenso?
“Io sono sconvolto dallo scaricabarile del governo. Ancora ieri il Ministro Urso a Bruxelles attaccava l’Ue dicendo che vive nel mondo di Mulino Bianco. Ma sono loro oggi l’Ue: chi c’era in Consiglio ieri? Urso. E cosa ha proposto? Togliere l’Ets che è una tassa che sostiene le nostre imprese a spendere meno in energia. È assurdo. Altri Paesi hanno fatto riforme nel campo dell’energia, vantano un costo molto più basso e possono reggere shock temporanei, l’Italia no perché Giorgia Meloni voleva trasformare il nostro Paese nell’hub del gas anziché in quello delle rinnovabili”.
Questa settimana lei è a Brasilia, a capo di una missione del Parlamento Ue, per una serie di incontri con deputati e senatori brasiliani, rappresentanti del ministero delle Finanze, della Commissione Affari esteri, del governo, delle agenzie fiscali, delle imprese e dei sindacati. Cosa si aspetta da questa missione?
“Tantissimo. Il Brasile di Lula non è più un’appendice geopolitica di potenze più grandi e non guarda più all’Occidente come unico faro di libertà e indipendenza. Oggi vuole essere partner del mondo e non alleato subalterno di un singolo Paese. È una scelta politica, economica e culturale che parla anche a noi europei soprattutto in questa fase di tensioni crescenti con Trump”.
Cosa può insegnarci il Brasile di Lula in termini di pace e di lotta alle disuguaglianze?
“Il Brasile di Lula non invia armi a nessun Paese in guerra perché sostiene una vera politica pacifista e ha scelto dentro i Brics di rafforzare il dialogo multipolare. Sul fronte sociale ha aumentato il salario minimo, avviato la riduzione dell’orario di lavoro da sei a cinque giorni, con l’obiettivo di arrivare a quattro, e ha rilanciato la Borsa Família, un sostegno al reddito che ricorda da vicino il reddito di cittadinanza varato dal governo Conte e cancellato poi da Giorgia Meloni”.
Lula si batte anche per un fisco più equo e per il contrasto all’evasione e all’elusione fiscale di multinazionali e giganti del web.
“Lula sta guidando una rivoluzione economico sociale che molti Paesi avanzati non hanno avuto il coraggio di avviare. Ha introdotto una riforma fiscale che, per la prima volta, tassa i più ricchi, i profitti e i dividendi. Ha proposto al G20 del 2025 una tassa globale sui multimilionari sopra i 100 milioni di euro ispirata alle idee dell’economista Gabriel Zucman. Ha applicato la minimum tax globale per le multinazionali e sta introducendo una tassa sui servizi digitali”.
Come giudica l’intervento della Banca centrale brasiliana, che ha introdotto la piattaforma pubblica di pagamento Pix, aprendo alla cosiddetta “bancarizzazione” di milioni di brasiliani che hanno avuto così accesso, per la prima volta, a conti bancari, credito e servizi digitali senza dover pagare commissioni ai giganti statunitensi come Visa e Mastercard?
“In Brasile abbiamo incontrato i vertici della Banca centrale per fare il punto sul progetto pilota che porterà all’adozione della valuta digitale che si chiama Drex. Il loro obiettivo è quello di ridurre i costi delle transazioni finanziarie, aumentare la concorrenza nei servizi finanziari per democratizzare l’accesso a credito e investimenti. Un’altra storia di successo è il sistema di pagamenti istantaneo pubblico, chiamato Pix, che è creato, gestito e regolato direttamente dalla Banca Centrale del Brasile e non da banche private o da un consorzio di operatori. Pix ha incluso nel sistema di pagamenti digitali milioni di cittadini fragili che non avevano conto corrente, e quindi erano tagliati fuori dagli acquisti online. Questa esperienza dimostra che la strada verso l’adozione di un euro digitale ambizioso e senza pastoie burocratiche è ineluttabile, come vogliamo fare noi per rafforzare il ruolo globale dell’euro e aumentare la nostra autonomia strategica”.
Oggi al Parlamento brasiliano si vota sulla riduzione dell’orario di lavoro, storico cavallo di battaglia del M5S. Che significato politico ha questo passaggio?
“Questa sarà una battaglia che porteremo nel programma di governo della coalizione progressista”.