Un ente pubblico “normale”, se viene sconfitto in primo grado al Tar su un atto amministrativo, se è sicuro delle sue ragioni legali, tiene duro e ricorre al Consiglio di Stato. Se, invece, ritiene che le sue ragioni legali traballino, abbozza e cambia le regole, arginando il danno.
La non scelta della giunta Sala
A Milano la giunta Sala, alle prese con una disputa legale sull’urbanistica con i costruttori – croce e delizia della consiliatura – ha deciso di fare entrambe le cose: ricorso al Consiglio di Stato contro una sentenza avversa e contestuale cambio della norma in senso favorevole alla controparte, prima del verdetto di secondo grado, facendo così l’ennesimo assist a costruttori e palazzinari…
Comincia tutto con gli oneri rialzati dopo l’intervento dei pm. Recuperati 110 milioni
Per spiegare quest’ultima puntata della saga, bisogna ricordare che a seguito delle inchieste della procura sull’urbanistica, l’amministrazione milanese si è affrettata a rivedere in senso restrittivo le modalità di calcolo degli oneri a carico dei costruttori per le nuove costruzioni sorte dopo la demolizione di costruzioni esistenti. E ha fatto pagare quanto la procura sostiene fosse giusto.
Una procedura che, secondo la vice-sindaca e assessora all’Urbanistica, Anna Scavuzzo, ha già riportato nelle casse pubbliche la bellezza di 110 milioni di euro.
Ma, oltre agli oneri più alti, i costruttori si sono visti negare anche due sconti (minori) previsti dalla normativa: una riduzione del 50% contemplata dalla legge regionale e un ulteriore sconto del 20% destinato agli interventi con caratteristiche di sostenibilità ambientale, previsto dal Testo unico dell’edilizia.
Tre le sentenze fotocopia contro Palazzo Marino
Da qui il ricorso al Tar di alcune imprese, alle quali il tribunale ha dato ragione: quegli sconti erano dovuti. Sentenze identiche che hanno già costretto il Comune ad approvare tre delibere di riconoscimento di debiti fuori bilancio, per un totale di circa 199 mila euro da restituire ai costruttori. E altre ne arriveranno, ha avvertito giovedì in commissione il dirigente dell’Urbanistica, Valerio Zauli. Almeno altre due delibere analoghe sono già all’orizzonte.
Il Comune impugna ma intanto cambia le regole, come se avesse già perso
A questo punto arriva il passaggio curioso della vicenda: da una parte il Comune sostiene di avere ragione, tanto da aver impugnato le sentenze davanti al Consiglio di Stato. Dall’altra, però, la giunta ha già deciso di modificare immediatamente le norme contestate, riconoscendo automaticamente ai costruttori ciò che stanno ottenendo in tribunale.
In pratica, Palazzo Marino fa ricorso contro le sentenze ma si comporta come se le avesse già definitivamente perse.
La scelta viene giustificata con ragioni pratiche: evitare centinaia di ricorsi fotocopia, ulteriori spese legali e una lunga teoria di risarcimenti. Ma il risultato politico e amministrativo resta pesante, perché si configura come l’ennesimo favore ai costruttori. Inoltre il Consiglio di Stato si pronuncerà in autunno, in un lasso di tempo piuttosto breve, che però il Comune non sembra intenzionato a voler aspettare.
“Le sentenze del Tar sono immediatamente esecutive”, ha ricordato Zauli. Mentre Scavuzzo ha spiegato che l’amministrazione considera quelle decisioni “orientative” e sta intervenendo per colmare “un vulnus”.
Fedrighini: “Stop fino alla sentenza del Consiglio di Stato”
Una lettura che non convince tutti. Tra i più critici il consigliere comunale del Gruppo Misto, Enrico Fedrighini, che ha chiesto di congelare qualsiasi modifica regolamentare fino alla pronuncia definitiva del Consiglio di Stato. “Anticipare la giurisprudenza amministrativa a favore delle imprese costruttrici senza attendere l’esito del procedimento mi sembra una forzatura”, osserva.
Le domande politicamente scomode
Una scelta che pone una serie di domande politicamente scomode: se il Comune è convinto della bontà della propria interpretazione, perché affrettarsi a cambiarla prima che il giudice di secondo grado si pronunci? Perché non attendere una manciata di mesi, prima di issare bandiera bianca? Non conviene rischiare di pagare una manciata di spese di giudizio (poche migliaia di euro), a fronte della possibilità di incamerare centinaia di migliaia di euro qualora dovesse vincere?
E ancora: se il Comune cambia le norme in favore dei costruttori e poi il Consiglio di Stato dovesse dargli ragione, quanto tempo e quante risorse impiegherà l’amministrazione per recuperare il denaro mai versato da imprese che magari, dopo anni, non saranno neanche più attive…? La normalità dell’anormalità milanese…