Finito il regno del Coni, concluso quello olimpico: Malagò ha trovato un nuovo trono alla Federcalcio. E su di lui cala l’endorsement di Zaia: “L’uomo della ripartenza”

Con il 58,5% dei voti, Malagò è stato eletto presidente della Federcalcio: “Da solo non posso fare nulla, ma con voi posso fare tutto”

Finito il regno del Coni, concluso quello olimpico: Malagò ha trovato un nuovo trono alla Federcalcio. E su di lui cala l’endorsement di Zaia: “L’uomo della ripartenza”

Prima il Coni, poi Milano-Cortina, adesso la Federcalcio. Cambiano le poltrone, non cambia il protagonista:  Giovanni Malagò, che, appena chiusa l’era dei cinque cerchi e archiviato il lungo regno al vertice dello sport italiano, ora si è preso la Figc. Dimostrandosi ancora una volta uomo per tutte le stagioni, del resto non è da tutti attraversare 13 anni di potere sportivo senza mai davvero uscire di scena.

L’assemblea Federale lo ha eletto ieri presidente della Figc col 58,5% dei voti, preferendolo a Giancarlo Abete e affidandogli una missione che sa di impresa disperata: rimettere in piedi un movimento calcistico nazionale, reduce dal fallimento più pesante della sua storia recente, la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali.

Nel 2013 Malagò si prese il Coni

Per Malagò, 67 anni, è quasi una naturale prosecuzione del percorso iniziato nel febbraio del 2013, quando sorprese tutti battendo Raffaele Pagnozzi e conquistando il Coni. Da quel momento, il manager romano è stato l’epicentro di riferimento dello sport italiano (grazie anche alla sua indubitabile capacità di relazioni e collaborazioni con il potere): tre mandati, record di medaglie olimpiche, la conquista di Milano-Cortina 2026 e, nel mezzo, una rete di rapporti nazionali e internazionali che lo ha portato anche nel Comitato Olimpico Internazionale.

La guerra contro Abodi e Giorgetti

La legge sui mandati (ma sarebbe meglio dire lo scontro con i ministri Andrea Abodi e Giancarlo Giorgetti per chi dovesse gestire i soldi dello sport)  lo aveva costretto a lasciare il Coni nel giugno 2025. Sembrava la fine di un’epoca. Invece era soltanto un passaggio. Perché, mentre altri uscivano di scena, Malagò rimaneva al centro del sistema grazie alla presidenza della Fondazione Milano-Cortina 2026, macchina organizzativa dei Giochi invernali (sulla quale stanno indagando diverse procure, Malagò non è coinvolto).

Terminata anche l’avventura olimpica, ecco il nuovo approdo. Non più i cinque cerchi, ma il pallone. Non più il Coni, ma via Allegri. Cambia l’indirizzo, resta il potere.

Del resto, il rapporto tra Malagò e il calcio non è mai stato occasionale. Già nel 1998 era stato consigliere delegato per il centenario della Figc. E soprattutto nel 2018, da presidente del Coni, si era ritrovato a gestire una delle crisi più profonde del movimento dopo la mancata elezione della governance federale. Fu la sua Giunta a nominare Roberto Fabbricini commissario straordinario della Figc e, il giorno dopo, fu lo stesso Fabbricini a designare Malagò commissario della Lega Serie A. Commissario chiama commissario…

Deve ripartie da una Nazionale a pezzi

Otto anni dopo, quella che allora era una reggenza temporanea è diventata una guida piena.  I problemi sono quasi identici. Club divisi, strutture obsolete, pochi giovani, stadi fermi, una Nazionale smarrita e una governance da ricostruire. Con una differenza sostanziale: nel 2018 il calcio italiano arrivava da una sola esclusione mondiale. Oggi sono tre.

Nel programma presentato agli elettori, Malagò ha indicato la necessità di una Figc capace di essere non solo organismo regolatore, ma “motore strategico e piattaforma di servizio”. Ha chiesto un nuovo equilibrio tra professionismo e dilettantismo, meno burocrazia per la base e un rapporto più forte con le componenti tecniche. Il cuore del progetto, per Malagò, resta la Nazionale. Coverciano dovrà diventare il centro di elaborazione del calcio italiano, con un linguaggio comune tra federazione e club e un sistema capace di non disperdere i talenti. Concetti comuni a tutti i presidenti che lo hanno preceduto. Tuttavia, l’orizzonte è già fissato: i Mondiali del 2030. Una scadenza che, per il nuovo presidente, rappresenta molto più di un obiettivo sportivo.

L’endorsement di Zaia

Attorno alla candidatura di Malagò, nelle ultime settimane, si era mosso con particolare convinzione anche Luca Zaia. L’ex governatore veneto, che con Milano-Cortina ha condiviso anni di lavoro e di rapporti istituzionali, non ha mai nascosto la propria stima per il dirigente romano, spendendosi pubblicamente per la sua elezione. Un sostegno che, nei corridoi della politica, è stato letto anche come l’ennesima manifestazione della distanza crescente tra il Doge e Matteo Salvini.

Mentre il leader della Lega continua a cercare visibilità sui grandi temi nazionali, Zaia ha scelto di intestarsi il successo delle Olimpiadi e di schierarsi al fianco di uno dei protagonisti di quell’avventura, rivendicando una linea pragmatica e amministrativa che da tempo lo distingue dal segretario del Carroccio.

Non a caso, subito dopo l’elezione, Zaia ha parlato di “una grande occasione di ripartenza” per il calcio italiano, ricordando come Malagò abbia saputo “guardare lontano, puntare in alto e trasformare le intuizioni in risultati”. Un endorsement che va oltre il semplice augurio di rito e che conferma l’esistenza di un asse costruito negli anni attorno al progetto olimpico.

Subito dopo l’elezione, rivolgendosi all’assemblea, Malagò ha scelto un registro quasi emozionale: “Da solo non posso fare nulla, ma con voi posso fare tutto”. Intanto, però, una certezza c’è già. Finito il regno del Coni, iniziato e concluso quello olimpico, Giovanni Malagò ha trovato un nuovo trono. E ancora una volta il potere sportivo italiano, in qualche modo, continua a passare da lui. Perché nello sport azzurro, da oltre un decennio, le stagioni cambiano. Malagò no.