Gioco delle tre carte sui prezzi dei carburanti: più bassi di altri Paesi, ma i salari sono da fame

Gioco delle tre carte sui prezzi dei carburanti da parte del governo. Più bassi di altri Paesi, ma i nostri salari sono da fame

Gioco delle tre carte sui prezzi dei carburanti: più bassi di altri Paesi, ma i salari sono da fame

Cè un modo semplice per distorcere la realtà adattandola alle proprie convenienze, politiche e – di conseguenza – comunicative: scegliere con cura quale parte mostrare. È ciò che sta accadendo in questi giorni sul caro carburanti. I prezzi di benzina e gasolio sono tornati a correre: sabato, in un distributore del centro di Milano, la verde è volata a oltre 2,6 euro al litro. A spingerli su ci sono le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e la fine del taglio delle accise scaduto a luglio, rinnovato solo ieri dal Cdm limitatamente al diesel e fino al 6 agosto. Eppure, il governo profonde ottimismo perché – è il ragionamento – tutto sommato siamo messi meglio di altri. Proprio così. Lo ha sostenuto domenica anche il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, in un’intervista al Corriere: “Nell’ultimo mese – ha detto – il gasolio è aumentato del 4,6% da noi contro l’11,4% della media Ue e il 24,8% della Germania”.

Gioco delle tre carte sui prezzi dei carburanti. Più bassi di altri Paesi, ma i salari sono da fame

Un dato reale, certamente. Ma anche un perfetto esempio di narrazione di comodo. Già da giorni, del resto, la stampa di area aveva preparato il terreno lanciando sovente il messaggio. Ma è davvero così? Se si guardano i prezzi alla pompa aggiornati al 20 luglio scorso, sostenere che in diversi Paesi europei fare il pieno costa più che in Italia non è sbagliato. Qualche esempio: in Danimarca la benzina supera i 2,45 euro al litro e il gasolio i 2,18; nei Paesi Bassi si viaggia rispettivamente a 2,34 e 2,31 euro; in Germania a 2,19 e 2,16; in Finlandia a 2,16 e 2,20. Anche Francia, Grecia e Portogallo presentano prezzi superiori (o molto vicini) a quelli italiani.

Carburanti, la realtà oltre la propaganda

Se però ci fermassimo qui commetteremmo un clamoroso errore. Perché, preso da solo, il prezzo di un bene non dice nulla sul peso che questo costituisce nel bilancio di una famiglia. Per capire quanto costa davvero un rifornimento al giorno d’oggi bisogna necessariamente fare un raffronto con l’andamento degli stipendi. Ed è proprio qui che il racconto della destra si sgretola. Tra il 1990 e il 2020, i salari reali sono cresciuti del 38,7% in Danimarca, del 33,7% in Germania, del 31,1% in Francia e Finlandia, del 30,5% in Grecia, del 15,5% nei Paesi Bassi e del 13,7% in Portogallo, solo per citare alcuni casi.

Fanalino di coda

Al contrario, nello stesso arco di tempo l’Italia si è distinta per essere l’unica nell’area Ocse dove le retribuzioni sono diminuite: -2,9%. La situazione è persino peggiore se si guarda ai dati più recenti: nell’ultima nota diffusa la scorsa settimana, l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha certificato come, tra il 1990 e il 2026, nel settore privato le retribuzioni medie reali si siano ridotte del 6,6%. Un caso praticamente unico tra le grandi economie avanzate. Ecco perché, se isolato dal tema dei salari, il confronto internazionale sui carburanti si riduce alla stregua di un banale esercizio di propaganda.

La beffa del salario giusto in Italia

Qui un litro di benzina può costare qualche centesimo in meno rispetto a Germania e Francia, ma se chi lo compra ha il portafoglio più “leggero” giungere alle conclusioni è un gioco da ragazzi. Chi ogni mattina prende l’auto per andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, o è costretto a percorre decine di chilometri perché non esistono alternative al trasporto privato sa benissimo quanto incidono i rincari al distributore, che magari si traducono in qualche rinuncia a fine mese.

Di certo, ai lettori più attenti non sarà sfuggito un dettaglio. Con l’eccezione di Danimarca e Finlandia, che al pari della Svezia hanno un sistema di relazioni industriali tale da rendere ultronea la fissazione del salario minimo (a Stoccolma in trent’anni le paghe hanno fatto un balzo in avanti del 63%), tutti gli altri hanno già da tempo stabilito un confine tra lavoro e sfruttamento. Nel 2014 in Germania il governo Merkel decise che nessun lavoratore avrebbe dovuto guadagnare meno di 8,50 euro l’ora. Dal 1° gennaio 2027, a Berlino, il salario minimo salirà a 14,60 euro. A noi “poveri” italiani, invece, tocca l’inutile “salario giusto”. La differenza è tutta qui.