L'Editoriale

Il potere delle nuove mafie

Le mafie cambiano: meno omicidi e intimidazioni da parte dei clan per evitare l’allarme sociale e la reazione dello Stato.

Il potere delle nuove mafie

Una delle premesse metodologiche fondamentali del nostro pensiero in materia di criminalità organizzata è superare l’errata equiparazione tra mafie e criminalità ordinaria. La criminalità comune opera prevalentemente per accumulo economico diretto, attraverso rapine, furti ed estorsioni, con un impatto generalmente circoscritto. Le mafie contemporanee, invece, si distinguono per metodo, finalità ultima e dimensione relazionale: non si limitano a colpire, ma costruiscono assetti di potere. La violenza ostentata della mafia stragista di matrice corleonese appartiene al passato. Oggi la mafia agisce in modo silente e invisibile. Confondere questa forma di criminalità con la microcriminalità implica un grave errore di prospettiva giudiziaria e culturale. La mafia non devia le regole del mercato: si presenta essa stessa come mercato.

L’intimidazione non costituisce più lo strumento principale. Assumono invece centralità la convenienza reciproca, la corruzione e la captazione del consenso sociale. Quando i due piani sono confusi, lo Stato rischia di elaborare politiche di pubblica sicurezza orientate alla criminalità da strada, lasciando così campo libero alle grandi centrali d’affari mafiose. Le nuove mafie gestiscono già quote significative di Stato, economia e finanza. Di conseguenza, non è più sufficiente parlare di semplice infiltrazione: occorre riconoscere un processo d’integrazione strutturale. Le mafie moderne operano come holding finanziarie, dotate di liquidità potenzialmente illimitate e capaci di svolgere funzioni sostitutive rispetto alle istituzioni ordinarie. Sfruttano la speculazione e i mercati finanziari globali per il riciclaggio su larga scala, avvalendosi dell’opacità dei paradisi fiscali e dei reati informatici (Mafia 4.0). Durante le crisi economiche, come la pandemia da COVID-19, individuano aziende in difficoltà tramite pratiche usurarie e penetrano nell’economia legale, assicurandosi sussidi e appalti pubblici. Dove lo Stato arretra, garantiscono prestiti, lavoro e servizi: in tal modo acquisiscono legittimazione, controllo e radicamento sul territorio.

Il potere mafioso si fonda sulla colonizzazione delle coscienze. Oggi il motore principale del fenomeno non risiede soltanto nella capacità organizzativa, ma nell’assopimento sociale e nella rassegnazione culturale. Crescono l’assuefazione e l’indifferenza etica, si normalizza il “favore” in alternativa al diritto e si consolida il mito dell’arricchimento facile senza regole. Questi elementi rafforzano la borghesia mafiosa e l’area grigia. Se Giovanni Falcone e Paolo Borsellino auspicavano una “rivoluzione culturale e morale”, il contesto attuale mostra invece una contrazione del senso civico. La legalità è percepita come ostacolo burocratico, il compromesso mafioso come scorciatoia efficiente. L’impunità non deriva soltanto da inefficienze investigative o da una presunta superiorità militare: è sostenuta da una fitta rete di complicità dell’area grigia. La criminalità organizzata si protegge grazie al raccordo con la cosiddetta “borghesia mafiosa”, composta di avvocati, commercialisti, operatori giudiziari, informatici, dirigenti bancari e burocrati che mettono competenze e procedure al servizio del reinvestimento e della ripulitura dei capitali illeciti.

A ciò si aggiungono ambienti di potere occulto – tra deviazioni massoniche ed eversione terroristica – che s’intrecciano con interessi politici, finanziari ed esteri. Nel sostituire le detonazioni con la trattativa informale e nella pratica di una tangenziale connivenza, le mafie riducono l’allarme sociale, consolidano l’impunità di fatto e limitano la pressione investigativa straordinaria. Le organizzazioni criminali prosperano in proporzione all’incapacità e all’inefficienza della politica. Il fallimento della classe politica si manifesta su più livelli: i clan garantiscono pacchetti di voti in cambio di appalti, licenze e impunità; la risposta istituzionale si traduce in norme punitive dell’ultimo minuto, anziché in interventi economico-sociali di lungo periodo; nei territori dimenticati dallo Stato, la politica finisce per delegare de facto il controllo sociale e l’impiego delle risorse alle dinamiche criminali.

In questo scenario la politica ha smesso di svolgere la propria funzione di selezione etica della classe dirigente, finendo per subire – o, talvolta, cercare – un partenariato mafioso per la mera gestione e conservazione del potere. Il punto di approdo della nostra analisi riguarda l’impatto sistemico sul modello democratico. Quando la mafia compenetra i vertici istituzionali ed economici, la democrazia formale si trasforma in una post-democrazia o in un’oligarchia criminale. Se i rappresentanti eletti rispondono a patti corruttivi e mafiosi invece che al corpo elettorale, la sovranità popolare perde sostanza. Ne consegue anche la distruzione del principio di libero mercato: le imprese mafiose, sostenute da liquidità illimitata e dalla coercizione, sbaragliano la concorrenza leale. I diritti dei cittadini regrediscono a “concessioni” o “favori” erogati dalla rete di potere collusa. La compromissione istituzionale produce infine il disfacimento definitivo della fiducia cittadina nelle istituzioni democratiche, determinando astensione di massa e consolidando l’egemonia mafiosa. Tutto ciò conduce a mafie pressoché invincibili.

*Vincenzo Musacchio è Professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA)