Settecento militari italiani nel Golfo da quattro mesi all’insaputa del Paese. Ecco la norma (del 2024) che lo ha reso possibile

Da marzo settecento militari italiani difendono l'Arabia Saudita. Le Camere lo hanno scoperto da una scheda sul web

Settecento militari italiani nel Golfo da quattro mesi all’insaputa del Paese. Ecco la norma (del 2024) che lo ha reso possibile

Sul sito della Difesa è comparsa la scheda di un’operazione partita quattro mesi fa. Dice che “dalla seconda metà di marzo 2026“, su richiesta dei Paesi partner, l’Italia ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Si chiama Task Force Air-Arabia, la comanda il colonnello Michele Schiavi, conta 400 militari e quattro Eurofighter.

Accanto opera la Task Force Land-Arabia dell’Esercito, circa 300 uomini con una batteria Samp/T, metà in Arabia Saudita. Settecento militari italiani in un Paese che dal 28 febbraio incassa missili e droni iraniani, e che il 29 luglio si è unito ai raid americani in Iraq. L’operazione l’ha rivelata Fausto Biloslavo sul Giornale, poi Repubblica. La pagina è arrivata dopo.

Il 13 marzo, al Quirinale, il Consiglio supremo di difesa metteva a verbale che “l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra”, e che il sostegno al Golfo restava “in base a missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento“. Solo che la delibera missioni 2026, scheda 4, autorizza l’impiego in Emirati, Kuwait, Bahrein e Qatar. L’Arabia Saudita in quell’elenco manca.

La clausola che sposta i confini

La legge 168 del 2024 ha ritoccato la legge quadro sulle missioni, la 145 del 2016, infilandoci le parole “anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica“. Da lì il perimetro autorizzato smette di essere un Paese e diventa un quadrante, dentro cui gli assetti si spostano senza ripassare dalle Camere.

I capigruppo del Pd hanno depositato ieri un’interrogazione proprio su quella clausola. Dal ministero replicano citando una risoluzione che autorizza “il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea”. È una formula che copre tutto proprio perché evita i nomi.

Il 3 marzo Guido Crosetto spiegava che aiutare il Golfo «significa difendere le nostre economie», e due giorni dopo, alla Camera, ripeteva che «l’Italia non è in guerra». Il 27 marzo Roma negava a Sigonella l’atterraggio a bombardieri americani diretti in Medio Oriente, e Donald Trump lo rinfaccia da mesi a Giorgia Meloni. Il 24 giugno il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha raccontato a Fox News di 500 aerei statunitensi partiti dalle basi italiane; la Difesa ha bollato il racconto come “totalmente fallace”, attività solo tecniche e logistiche.

Il conto è a bilancio: a luglio, al vertice Nato di Ankara, il governo ha confermato il 5% del Pil entro il 2035, dal 2,8%di oggi. L’Osservatorio Mil€x stima in quasi 500 miliardi la spesa aggiuntiva rispetto alla soglia del 2%.

Il criterio, non il nome

A fine luglio il portavoce dei pasdaran, il generale Hossein Mohebbi, ha avvertito che qualunque Paese schierato con gli Stati Uniti «diventerà un nostro obiettivo legittimo». Ha citato Gran Bretagna e monarchie del Golfo, e in quella lista l’Italia manca. Il criterio, però, lo soddisfa per intero.

Il nome, del resto, Teheran l’ha già fatto. Il 21 febbraio gli Esteri iraniani hanno designato le “forze navali e aeree” dei Paesi Ue come organizzazioni terroristiche. Il 25 giugno il portavoce Esmaeil Baqei ha scritto su X che Italia e Romania erano state “esplicitamente nominate” da Rutte fra i partecipanti all’aggressione. Antonio Tajani ha telefonato all’omologo Abbas Araghchi: l’Italia “non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare”, dice. Quei settecento militari, a quel punto, stavano nel Golfo da tre mesi.

Qui da noi il Viminale tiene in vigilanza rafforzata oltre 28mila obiettivi sensibili. I sistemi contraerei migliori stanno fuori: uno in Arabia Saudita, un altro a Konya, in Turchia, dal 3 luglio. Difendiamo i giacimenti di Riyad e i summit dell’Alleanza, a casa restano le pattuglie. La scheda è comparsa quattro mesi dopo il primo volo. Le Camere l’hanno letta sul sito, come tutti.