L'Editoriale

L’impunità dei coloni che cancella lo Stato di diritto

L’impunità totale dei coloni israeliani in Cisgiordania cancella le basi dello Stato di diritto in Israele.

L’impunità dei coloni che cancella lo Stato di diritto

Siamo ormai di fronte a un fenomeno che non può più essere considerato marginale: si tratta di una realtà sistemica e, per questo, intollerabile. Questo editoriale lo scrivo e lo indirizzo soprattutto ai miei studenti universitari statunitensi (con il clima che si respira negli Stati Uniti, potrei subire anche conseguenze in ambito accademico) con una convinzione precisa: parlare apertamente di crisi umanitarie come quella in corso a Gaza e in Cisgiordania serve a formare cittadini e studenti consapevoli, capaci di impedire che l’indifferenza prenda il sopravvento sugli orrori della storia contemporanea. La mia coscienza è l’unica cosa che non si conformerà mai ai voleri della maggioranza e per mia fortuna questo i miei studenti lo sanno e lo apprezzano da sempre.

Per decenni, la violenza perpetrata da coloni estremisti in Cisgiordania è stata minimizzata dalla narrativa ufficiale, ridotta a presunti atti di “poche mele marce” o a iniziative di frange giovanili radicalizzate, i cosiddetti Hilltop Youth. Oggi, però, l’evidenza dei dati e la realtà osservabile sul campo smentiscono in modo netto questa lettura. Nei territori palestinesi occupati si assiste a un fenomeno strutturale: è integrato nelle dinamiche dell’occupazione e, direttamente o indirettamente, è sostenuto dall’apparato statale israeliano.

Mi baso sui dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (UN OCHA), che descrivono una situazione gravissima. Gli attacchi condotti dai coloni contro civili palestinesi e contro le loro proprietà hanno raggiunto livelli senza precedenti: si parla di una media di oltre cinque o sei episodi violenti al giorno. Non siamo davanti a episodi isolati o a singole aggressioni: si configura piuttosto una strategia coordinata di intimidazione, finalizzata a sottrarre terre, svuotare interi villaggi e incidere in modo irreversibile sulla composizione demografica della regione.

Le violazioni riconducibili a gruppi estremisti nei territori occupati coprono un ampio ventaglio di abusi: dalla violenza “privata” fino agli incendi dolosi contro centri abitati palestinesi. Ne sono esempi noti i casi di Huwara, Turmus Ayya e Jit, in cui il rogo ha colpito in modo sistematico abitazioni, automezzi e strutture agricole. A ciò si aggiungono le distruzioni mirate dei prodotti agricoli, in particolare degli ulivi, che rappresentano un pilastro economico e culturale per migliaia di famiglie palestinesi: uliveti secolari vengono tagliati, sradicati e dati alle fiamme, spesso insieme al blocco fisico dell’accesso ai campi. Non mancano poi omicidi e aggressioni dirette contro contadini, pastori e attivisti, inclusi osservatori internazionali, con un impiego frequente di armi da fuoco che, in numerosi casi, ha provocato anche vittime civili.

Un elemento decisivo è la costrizione allo sfollamento attraverso avamposti illegali (outposts) e un incursionismo violento e minatorio che prende di mira comunità beduine e agro-pastorali, costringendo intere popolazioni ad abbandonare le proprie terre. Ciò che trasforma questi atti in una crisi sistemica di legalità è la totale impunità. Secondo i report dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, nella stragrande maggioranza dei casi le denunce presentate dai palestinesi per la violenza dei coloni si chiudono con archiviazioni senza rinvio a giudizio, spesso per incapacità o mancata volontà delle autorità di identificare i responsabili. Inoltre, il ruolo dell’esercito israeliano (IDF), ampiamente criticato da organizzazioni internazionali, appare determinante: i soldati intervengono raramente per fermare le aggressioni, finendo spesso per imporre restrizioni di movimento ai soli civili palestinesi o per usare mezzi antisommossa contro le vittime, anziché contro gli aggressori.

Questa saldatura tra movimento dei coloni e istituzioni statali ha raggiunto il suo massimo con l’ingresso al governo di esponenti dell’estrema destra messianica, come il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Le loro scelte hanno favorito la legalizzazione retroattiva degli avamposti, la distribuzione massiccia di armi da fuoco ai civili negli insediamenti e la formalizzazione dell’annessione de facto della Cisgiordania.

Dal punto di vista del diritto internazionale, la questione presenta una rilevanza giuridica duplice e inequivocabile. L’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra proibisce espressamente alla potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato. Tale principio è stato ribadito più volte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (in particolare con la Risoluzione 2334 del 2016) e nel parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) del luglio 2024, che ha definito illegale la continua presenza di Israele nei territori palestinesi occupati. Anche il diritto internazionale umanitario, pur con i dubbi che ormai molti nutrono sulla sua efficacia, impone un obbligo inderogabile: la potenza occupante deve tutelare la popolazione civile sotto la propria giurisdizione, garantendone l’incolumità e la proprietà privata.

Di fronte al peggioramento della situazione, la risposta della Comunità Internazionale ha mostrato un parziale cambio di passo rispetto al passato, con alcune sanzioni che tuttavia restano, nei fatti, più simboliche che incisive. Eppure, anche questo minimo riconoscimento ha un significato importante: implica l’ammissione della natura criminale di atti che non possono più essere trattati come inevitabili o “secondari”. Resta però urgente rivedere i rapporti politici ed economici con le strutture che sostengono e finanziano il progetto di espansione coloniale.

La violenza dei coloni in Palestina non è più un capitolo marginale del conflitto mediorientale: è uno degli ostacoli principali a qualsiasi prospettiva di pace e di autodeterminazione. Consentire che l’arbitrio della forza sostituisca la legalità non solo sgretola definitivamente le fondamenta di una soluzione a due Stati, ma indebolisce anche lo stesso principio di Stato di diritto all’interno delle istituzioni israeliane. Finché la Comunità Internazionale non esigerà un’effettiva responsabilità penale e politica, il prezzo di questa ingiustizia continuerà a essere pagato dalle popolazioni civili sul campo, a cui verrà, di fatto, negato ogni diritto presente e futuro.

*Vincenzo Musacchio è professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (USA).